Pubblicato in: depressione

La storia della mia depressione, parte 1


Buongiorno miei adorati Spelacchiati, come state?
Oggi vorrei fare un post diverso dal solito imbecille a cui vi sto abituando con la mia idiozia.
Oggi vorrei iniziare un racconto serio della mia depressione. Non so perché, forse sto cercando di capire come raccontarla a Mr Batterista, forse le sedute con la psicologa stanno andando bene e voglio guardare da dove sono partita. Forse spero che anche soltanto una persona leggendo queste righe possa sentirsi vagamente meno isolata.
Insomma regà, oggi peso. Vi chiedo già scusa, e se non avrete voglia di leggere avete tutta la mia spelacchiatissima comprensione.

Cominciamo?
Via.

Non so bene quando sia cominciata questa cosa. Questa sensazione spossante di stanchezza, di noia, di non voler far niente. Può essere che sia stata sempre così, fin da bambina, una specie di tratto caratteriale bislacco che poi si è evoluto in qualcosa di decisamente problematico.
Credo di aver cominciato ad avere un problema all’ultimo anno di liceo: ero sempre stata una studentessa bravissima -matematica a parte, facevo, faccio e farò per sempre cagare coi numeri- e all’improvviso ero svogliata e sbuffavo quando i professori mi chiamavano. Dormivo poco e male, prendevo voti più bassi e stavo spesso a casa.
Poi è iniziata l’università, io dormivo sempre peggio tanto da passare notti di fila insonni; una volta è venuta la guardia medica a darmi una specie di sedativo, non ricordo bene, perché avevo tremori incontrollabili e mi sembrava mi si stesse spaccando il cranietto dal mal di testa. Non dormivo da più di 50 ore.

Piangevo ovunque. Appena ero da sola scoppiavo in lacrime. Sul treno per tornare a casa, in bagno quando mi ci rifugiavo durante le cene, di notte nel mio letto. Con gli altri cercavo di dare una parvenza di normalità, anche se non ero più la persona solare di sempre.

Passano i mesi e gli anni, e io mi ripetevo che era una fase, un “momemento no”.
Solo che era molto peggio di un momento no.
Era come se tutte le emozioni positive le sentissi molto attenuate, come se a viverle fosse un’altra persona, mentre quelle negative mi travolgevano con intensità moltiplicata per dieci. Insomma, ‘nammerda.
Mi capitava quello che si chiama “depersonalizzazione” o “derealizzazione”: mi sentivo fuori dal mio corpo. Non ero io a vivere le situazioni, era come guardare un film. Un film tra l’altro particolarmente noioso, e io ero sempre sul punto di addormentarmi; mi sentivo in un limbo strano, molto distante da tutto.
“Ma queste persone stanno parlando con me? mi hanno chiesto qualcosa? Non mi ricordo cos’ho fatto dieci minuti fa. Dov’ero ieri a pranzo?”.
E’ una sensazione quasi inspiegabile a parole, me ne rendo conto.
Non ero più io, ero un fantoccio che si muoveva e respirava per inerzia.
Pensavo che avrei vissuto così per sempre, senza sentire niente se non angoscia e disperazione.
Credo che disperazione sia la parola che nei primi mesi ho usato più spesso durante le sedute con la psicologa.

In tutto ciò l’estate di quattro anni fa ho deciso di andare a fare una vacanza studio, un mese e mezzo in Germania. Volevo lasciare tutto indietro, pensavo che una scossa mi avrebbe aiutata. Sapete, tutta quella roba del “rimani in movimento bla bla bla”, ma vaffanculo. Volevo solo dormire tutto il giorno. Volevo stare sdraiata per terra a fissare il soffitto, ed effettivamente era quello che facevo la maggior parte del tempo.
Il viaggio in Germania comunque mi ha fatto peggio: lì ho avuto la prima crisi suicida vera e propria. Non ho provato a togliermi la vita, ma c’è stato un momento in cui l’idea è stata spaventosamente concreta, non più una vaga ipotesi che turbinava qua e là nel mio piccolo, chiaramente bacato cervelletto sottosviluppato.

La cosa più assurda della mia storia credo sia questa: la prima persona che si è accorta di come stavo è stata il professore del corso di tedesco lì a Friburgo.
Mi vedeva ogni giorno per quattro ore al giorno, pochissimo tempo rispetto ai miei amici e parenti, eppure dopo due settimane siamo andati tutti quanti a bere una birra in un posto con una vista spettacolare; ero in coda per prendermi una birra quando il professore mi ha fatto cenno di avvicinarmi.
Abbiamo parlato. Mi ha spiazzata. Con lui non avevo mai parlato di niente, soltanto le frasi esemplificative a lezione, eppure aveva captato qualcosa.
Dal nulla ci siamo isolati a un tavolo e mi ha raccontato con calma e intensità di come sua madre gli avesse salvato la vita trovandolo in piedi su una sedia con un cappio al collo. Aveva legato la corda a una trave della soffitta.
Mi ha detto che certi dolori li riconosci. E’ stato il primo -e forse l’unico, ora che ci penso- a dirmi che mi serviva una mano.
Sono tornata all’appartamento piangendo, e con la consapevolezza spaventosa di avere un problema.

Poi sono tornata in Italia, e qui ho conosciuto la persona che più mi ha fatto bene e male allo stesso tempo in quel periodo; ne avrò parlato un sacco qui sul blog, lo avevo soprannominato Il Pirla perchè lo amavo e lo odiavo contemporaneamente e lui se ne stava in balia delle mie emozioni senza fare nulla.
Non abbiamo mai avuto una storia, ma quello che avevamo era malsano, ora lo vedo. 

Lui era esattamente quello che cercavo inconsciamente: un continuo, costante ribadire che io non ero abbastanza.
Non a parole, quello mai.
Ma con lui sono stati mesi e mesi di “mi piaci tantissimo, ma non possiamo stare insieme” “vorrei davvero, ma è meglio di no”, che nella mia testa era un logorante, estenuante: non sei abbastanza. Abbastanza cosa? Abbastanza tutto. Qualunque aggettivo positivo potesse venirmi in mente, io non lo ero.
Non ero abbastanza: carismatica, intelligente, carina, atletica, interessante, amabile audace, intraprendente, divertente, attraente.

Non ero niente e non mi sentivo niente, e mi sembrava semplicemente ovvio che lui non mi desiderasse, che non volesse nemmeno provare a stare con me. Perché non ne valevo la pena. Tutt’ora ho questo pensiero: non ne valgo la pena. E’ abbastanza difficile convivere con questa convinzione, ma ci sto lavorando.
Insomma, lui era quello che mi serviva per rimanere a galla: era una boa nell’oceano in tempesta che era il mio cervelletto depresso; sapere che l’avrei visto il giorno dopo o nel weekend mi faceva andare avanti; ero impaziente all’idea di incontrarlo. Allo stesso tempo era la persona peggiore che potessi trovare, perché ha reso le mie insicurezze ancora più solide e più difficili da estirpare.

In realtà ci facevamo del male e del bene a vicenda.
Lui con me parlava di quante volte aveva pensato di impiccarsi in salotto, io gli confessavo di quella volta in cui ero stata sveglia tutta la notte pensando di tagliarmi le vene con il cotlello da cucina del mio coinquilino a Friburgo.

Non sapevamo come uscirne, però stare insieme ci faceva bene.
Con lui mi sentivo a posto, poi tornavo a casa e mi demolivo ogni volta di più.

Alla fine ho deciso di andare in terapia.
Credo che la prima telefonata, quella per prendere appuntamento per la prima seduta di psicoterapia, sia stata una delle più difficili della mia esistenza spelacchiata. Voleva dire arrendersi all’idea di avere un problema, cosa che io continuavo a negare a me stessa.

Non mi sentivo meritevole nemmeno di avere una malattia mentale.

Fine prima parte

Regà, che pesantezza eh?
Chiedo venia. Non so, oggi sono in modalità “flusso di coscienza palloso e melodrammatico”.
Non sono sicura di scrivere la seconda parte, forse non interessa a nessuno ed è un’agonia starmi a leggere quando scrivo cose serie, BOH! Se vi va ditemi la vostra.
Ovviamente mi farebbe piacere leggere i vostri commenti spelacchiati, di qualunque natura: sia cose serie sia cose imbecilli per tirarmi fuori da questo viale dei ricordi.
In ogni caso, vi attendo con impazienza.
Buona serata Spelacchiati miei, hasta la pasta!

Autore:

Amante di: Libri Film Cinismo Tom Hiddleston. Simpatica come una piaga da decupito e fine come un babbuino che si gratta il sedere. Se vi va di scambiare quattro chiacchiere, mandarmi mail minatorie, proporre una bevuta insieme: pensierispelacchiati@gmail.com

36 pensieri riguardo “La storia della mia depressione, parte 1

  1. La tua storia è tutto tranne che pesante, pallosa o scritta da chi si piange addosso! Aspetto la seconda o tutte le alte parti che verranno 😊 (il prof.. un grande!).

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  2. Brava Sara, come sempre sei coinvolgente il che elimina il pesante o il noioso che potresti presupporre. Essere una persona allegra e divertente non preclude il proprio lato più emotivo, riflessivo e delicato, forse ci si aspetta che il prossimo non capisca e che ci sia solo perché…wauuu fuochi d’artificio e piroette ed invece non è così. Chi ti apprezza nel tuo giocare, intuisce anche la tua profondità. Sul il “non sono abbastanza” …ci sarebbe tanto altro da dire….ma poi diverrei io pesante 😅

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  3. ciao Sara!
    Prima di tutto complimenti per averne parlato, deve essere stata dura, ma credimi anche quello aiuta.
    La depressione è una malattia subdola e, a volte, è anche una compagna di vita delle persone con una sensibilità diversa. Io, i picchi di depressione, li ho avuti due volte, la prima tentando il suicidio, la seconda pensando al suicidio mentre tenevo mia figlia in braccio.
    Ecco, lì è scattata la molla che mi ha fatto reagire, per lei, non per me. Perché se anche dalla depressione si può guarire, il mal dii vivere resta sempre. (Ti consiglio di leggere “L’uomo che trema” di Andrea Pomella, a tal proposito)

    Comunque, se posso: vai di terapia che aiuta molto; evita, se puoi, gli antidepressivi; se non lo hai fatto controlla anche eventuali disfunzioni della tiroide: io dopo la depressione sto combattendo anche con l’ipertiroidismo e le sensazioni e stati d’animo sono gli stessi…

    Aspetto la seconda parte 😊

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  4. Si beh… Non puoi lasciare in sospeso un racconto così pregno e ben scritto… Anzi volendo puoi anche scendere più nel dettaglio e dilatare ancora di più la narrazione…
    Spero ci sia un lieto fine o qualcosa di assimilabile ad esso!

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  5. Ti abbraccio forte, anche se tramite bit. Abbiamo bisogno di legami, cerca di ricordarlo sempre, ma di legami sani! Tieni vicine le persone che vogliono bene, lascia andare quelle che ti fanno sentire inadeguata. E condividi, buttare fuori fa sempre bene

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  6. Se ti fa bene scriverla, se senti di doverla scrivere, scrivi la tua storia e basta. Lasciala a metà, se non vuoi scrivere altre parti. Secondo me, che non sono esperta di nulla, aiuta te e può aiutare qualcun altro spelacchiato. Un abbraccio.

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  7. Allora, rispondendo alla prima domanda: sto bene, in procinto di tante nanne.
    Seconda: mi hai fatto riflettere, anche io sto vivendo una fase no perché mi sento solo, non isolato ma asociale. Una dottoressa mi ha anche detto però che la mia stanchezza è legata a un virus, per cui spero di stare meglio

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  8. Modalità barboso filosofo (On). Vedi cara Sara, purtroppo c’è troppa pressione nelle nostre vite, e anche tentando con tutte le forze non riusciremo mai a essere abbastanza. Intendo dire abbastanza belli, o abbastanza ricchi, o intelligenti, o magri o chissà cosa. In breve, i dadi sono truccati e i nostri standard troppo elevati. L’unico modo per diminuire la pressione è convincerci che non dobbiamo dimostrare niente a nessuno, soprattutto a noi stessi, e vivere di conseguenza!
    🤔😏😜
    P.S. Hakuna Matata!

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  9. Scrivere fa sempre bene, scrivi anche di questo ogni volta che ne senti il bisogno. Intanto complimenti per i passi fatti in questo percorso, non è per nulla facile, ma come si suol dire, chi ben inizia è a metà dell’opera.

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  10. Ciao Sara,
    beh, un post molto diverso da quelli a cui ci hai abituato e decisamente “serio”, ma l’ho letto volentieri e sono felice tu l’abbia scritto.
    Felice perché stai buttando fuori quello che c’è dentro di te e che, se continua a rimanerci, alla lunga ti avrebbe fatto male, incancrenendosi e diventando veleno puro.
    Mi dispiace davvero tu abbia dovuto affrontare una prova così dura e sono felice che tu abbia trovato una via d’uscita e una o più persone in grado di aiutarti.
    Di mio ti posso dire: non arrenderti mai, anche perché, egoisticamente, mi piace leggere i tuoi post 😉
    Un super abbraccio, a presto!

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  11. A me la tua storia interessa perché bene o male sono stato vicino a persone con problemi forse simili ai tuoi. Se troverai la voglia di scriverla, ne sarò felice. 🙂 Se però alla lunga parlarne ti angoscia, non fa niente.
    Per quanto riguarda questo tipo di patologie, io ormai mi sono fissato che si tratti sempre, in fondo, di qualcosa di concreto a livello fisico. Alcuni esempi: il tuo corpo non riesce a gestire bene una certa sostanza che produce da solo; oppure può essere che delle droghe (che magari neppure ti fai tu, ma si fanno i tuoi vicini senza che te ne renda conto) ti fanno degli effetti strani; oppure una carenza nel tuo corpo di qualche vitamina (semplifico)… Sarebbe bello sapere se e quanto ci piglio…
    Sennò un’altra cosa a cui ho pensato, questa specificatamente per la depressione, è che chi si ammala di questa patologia possa farlo poiché “troppo sensibile”: in pratica le cose brutte che accadono nel mondo finiscono per scoraggiare a livello inconscio e si entra in una spirale da cui poi è difficoltoso uscire…
    In ogni caso, in bocca al lupo per tutto.

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  12. Spero che continuerai il tuo racconto. Ci vuole coraggio per parlarne apertamente e con onestà. Mi dispiace veramente tanto per quello che ti è capitato e – spero in maniera minore – stai ancora sperimentando. Sono cose difficili da spiegare e da capire. L’importante è essere accettati e, soprattutto, creduti. Sulla fiducia. Mi auguro che qualche persona a te vicina sia in grado di farlo, ma quel “viale” lo devi attraversare. P. S. L’ironia è un’ancora di salvezza non di poco conto. Contrariamente ad altri commentatori, qui ne ho trovata poca. Tuttavia, nessuna pesantezza. Se posso permettermi, ti consiglierei di leggere Ritratto della malinconia, del filosofo Romano Guardini (tranquilla, è breve). Un abbraccio, Francesca

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  13. Sara cara (lo so inizio sempre così ma è una assonanza adorabile), come molti altri ti posso assicurare che questo post è serio, ma non noioso. Fa bene leggerlo perchè per molti è ritrovarsi… ma per alcuni (tipo la sottoscritta) è provare ad avvicinarsi a quello che c’è nella testa di persone che si amano e che si vedono annegare nel loro malessere senza riuscire ad aiutarle. In tante cose che hai scritto ci ho visto la mia sorellina e avrei voluto abbracciarla e insieme abbracciare te. Grazie per aver passato il messaggio che da queste cose si può uscire, se si vuole. ❤

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  14. Guarda, io non ti conosco ma vorrei!
    So di cosa parli – Come lo capisco! – e so anche che quando puoi iniziare a parlarne anche se tu lacera inizi ad essere libero dal mostro che ti abita.
    Quindi grazie perché me lo hai ricordato!

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  15. Sono impaziente di leggere la seconda parte, tu stai esprimendo la tua arte, e questa gioca un ruolo fondamentale nella tua terapia. La tua esperienza può aiutare più persone di quanto credi, brava veramente… Complimenti

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  16. Ciao, quello che mi sento di dirti è questo: sei una terapia per tutti coloro che ti seguono e scrivono, il periodo storico è quello che è, fai bene a ricordare e scrivere tutto quello che ti passa per la mente, ci sono state nella tua vita persone che ti hanno “guardata”, portandoti a prendere decisioni importanti, lo sai che le abitudini portano a non vedere più bene ciò che abbiamo intorno, ecco che il professore abituato a capire lo studente entra in gioco, spero che la terapia funzioni e che riesca a metterti in “carreggiata”. Un ultima cosa che ti posso dire è che forse ti manca una tua casa, una tua vita da gestire, una indipendenza nella società, un posto in cui sei soltanto tu a muovere le cose.
    Ti mando un grosso abbraccio e. … Guardati allo specchio! 😉

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  17. Se devo essere sincera mi ritrovo in molte parti del tuo racconto. Posso capire come ci si sente perchè anche io ho vissuto un periodo piuttosto lungo, che in realtà non è mai passato, in cui io ero consapevole che avevo bisogno di parlare con qualcuno. Ci sono arrivata tardi, quando ormai non ero più una ragazzina. Nel mio caso la psicologa che mi ha seguito non ha portato alcun giovamento purtroppo e ho quindi mollato il percorso. Poche le cose concrete: l’amore che provo per la vita e alla quale non vi ci rinuncerei per nulla e il ragazzo che è diventato poi mio marito. Ecco è lui il mio faro, quello che posso vedere anche in lontananza, quello sempre accesso che individuo tra mille! Attendo di leggere la seconda parte 🙂

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