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Ciance sparse – Sei anni insieme: tra istinti omicidi, batterie e falò di confronto!

Sei anni.
Non “sette giorni” come diceva Samara uscendo dalla tv e terrorizzando tutta la mia generazione, ma sei anni.

Sei anni che sto col Batterino.

Non so come sia possibile, come ha fatto a passare tutto questo tempo?
Ridendo e venendo operati al cervello guarda te come passano gli anni, oh.
In questi sei anni io e il signor Batterino direi che ci siamo molto supportati, sopportati, amati e anche… odiati.
Sì, esatto! Qualcuno deve pur dirlo! Perché io quelli che con gli occhioni giganti da cerbiatto dicono a tutti “nooo, ma io e lui/lei non litighiamo mai! Mai mai mai! Andiamo sempre d’accordo, non abbiamo mai battibeccato!”

MA ANDATE A CAGAREEEEEEEEEEEEEEEEE!

L’unica cosa che può rendere vera questa frase è se uno dei due è gonfiabile, e comunque anche così non sarei troppo convinta.

Posso capire il non fare scenate, perché se si è persone abbastanza decenti effettivamente si discute senza lanciare piatti e bicchieri qua e là, ma questo “non litighiamo mai” che aleggia su alcune coppie mi sa proprio di finto. O di corna, ma questo è un altro discorso.

Cioè, siamo seri… Io a volte il Batterino lo detesto.

Lo odio dal profondo dell’anima.

Vorrei prendere due piatti della batteria e suonarglieli in faccia.

Anche nelle situazioni normalissime eh, non è che dobbiamo aver litigato.
A volte capita che siamo a cena con amici, lui è gasato come una bottiglietta di San Pellegrino e… parte. Parte per la tangente. Un aneddoto di venti secondi sul fatto che siamo andati a vedere un Pinguino De Longhi diventa un’ora di monologo, e io lo guardo riuscendo a pensare solamente a cosa succederebbe se prendessi un bicchiere e glielo infilassi in bocca a mò di becco.

Di notte, quando mi sveglia russando come un orso e io non riesco a riaddormentarmi, ho un forte impulso di prenderlo per la caviglia e trascinarlo sul pianerottolo.

Per non parlare di quando si smangiucchia le unghie, Dio me ne scampi. E lui scappi, piuttosto, perche prima o poi gli trancio le falangette e poi voglio vedere cosa cazzo si mordicchia!

E poi diciamolo… Ci sono periodi in cui davvero non va. 

Non va niente, non va la relazione, e tu ti chiedi cosa stiate facendo, se sei felice, se ha senso continuare, se rimani solo per paura della solitudine. Ti chiedi se lui stia pensando le stesse cose, o se le abbia provate in momenti diversi. Ti chiedi quando avete cominciato a perdervi, come sia successo, perchè. 

Poi gli chiedi un falò di confronto come in Temptation Island, e parlate, parlate, parlate. E soprattutto ascoltate, ascoltate, ascoltate. 

E in gran parte, migliorate. Come coppia.

Quindi… Non credete a chi vi dice che non ci sono mai problemi. Le crisi vanno e vengono, per tutti. Se non sono ancora arrivate arriveranno. Non sarebbero una coppia, senza momenti da superare insieme.

E così, io e il Batterino abbiamo festeggiato sei anni insieme. Sei anni di silenzi, di rabbia, di delusione. Ma anche sei anni di risate (tantissime), comprensione, complicità, amore, stima. 

Io non so se io e il Batterino staremo insieme per sempre, so che per ora va bene così.

E voi miei cari Spelacchiati… litigate?! Raccontatemi qualche aneddoto o qualche pensiero omicida che vi è passato per la testa dai!

Hasta la pastaaaaaaaaa

Ciance sparse, anzi, sparsissime: https://pensierispelacchiati.org/2026/08/25/ciance-sparse-dallo-zaino-londsdale-al-cellulare-aziendale-di-cui-non-ricordo-il-pin/

quando ti senti solo e scleri: https://pensierispelacchiati.org/2026/08/20/la-solitudine-dei-numeri-due-ovvero-quando-nessuno-ti-risponde-e-tu-impazzisci/

Se vuoi lamentarti anche tu della gente che ha visto “L’Odissea” : https://pensierispelacchiati.org/2026/08/17/andare-al-cinema-e-unodissea/

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La solitudine dei numeri due. (ovvero quando nessuno ti risponde e tu impazzisci).

Un attimo sei lì, sdraiata sul letto. Il PC ti sta fondendo i femori, il ventilatore sposta aria calda mista a fiamme e tu non hai programmi per la serata. All’improvviso, senza preavviso, succede: ti senti la persona più sola sulla Terra.
Neanche ET quando era qua si è sentito così.
E la mente fa quel salto logico del tutto irrazionale: “se stasera non ho una cena, un gioco da tavolo o un aperitivo, significa che tutti mi odiano”. Semplice.
Non c’è un motivo, non hai discusso con nessuno. Succede e basta.
Allora prendi il telefono. Rispondi a messaggi vecchi di tre giorni lanciando domande aperte a caso, scrivi a gente che non senti dal 2018, mandi reel su Instagram che non ti fanno manco ridere.

Ma non risponde nessuno.

Perché nessuno risponde in venti secondi, ovviamente; per la tua testa, però, quel silenzio è la prova definitiva: ti hanno dimenticata. Sei nell’oblio dei reietti. Il tuo nome verrà dimenticato per sempre.
L’unica cosa che ti rimane è un lavoro che odi, una vita di sventure e nessuno con cui lamentartene.

Poi, la svolta epica, hai un guizzo di rivalsa: ti dici che devi cambiare vita, trovare un altro lavoro, riappacificarti con quelli che ti hanno ferita nell’era del Cretaceo rubandoti lo stegosauro che avevi puntato tu, andare un Uzbekistan, comprare un emù, dondolarti da una liana a Bali o fare il rodeo su un rinoceronte… Il mondo è pieno di possibilità!
E così sei lì: sudata, in mutande, a valutare se affogare la frustrazione nella Nutella, sprizzando una rabbia stizzita e completamente priva di senso (“Ma sai che c’è? Sticazzi se non mi vogliono!”).

Poi succede.

Bzz. Il telefono vibra.

Arrivano le notifiche. Risposte normalissime. Nessuno ti odia, nessuno si era dimenticato di te. Il tuo stomaco si scioglie, il tempo ricomincia a scorrere e la vita torna a fare un po’ meno schifo.
È durato tutto un’ora.

Ditemi che succede anche a voi o devo direttamente chiamare uno bravo, ma forse anche due bravi.Per non sbagliare, facciamo tre.
Fatemi sapere, miei cari spelacchiati, io intanto rifletto e dubito di me stessa (come ogni giorno).

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Alla ricerca del PUK perduto.

Prima mi si è spento il cellulare.

“Esticazzi” direte voi, e avreste pure ragione, a chi non si spegne ogni tanto; l’ho riacceso ed è comparsa la solita schermata: inserisci il pin.

Ho inserito il pin.

Errore. Ancora due tentativi.

Qui cominciavo a sentirmi un po’ come Tom Cruise in qualunque film in cui salva il mondo, ma ho inserito di nuovo quel merda di pin, che è una delle poche cose che mi ricordo nella vita oltre al nome di mia mamma -o almeno l’iniziale del suo nome, perché ho un ciondolo con una “C” incisa che mi impedisce di dimenticarla- e mi ha dato nuovamente errore.
Ero perplessa.
Io nella vita ho tre certezze: Vannacci fa schifo, i mirtilli sono costosi e il mio pin.

Terzo tentativo, game over, compare una richiesta che non vedevo dal 2008: sim bloccata, inserire il puk. 

Avete presente quando per errore cliccate “like” a un profilo di qualcuno che state spiando e per un attimo non vedete più niente perché il vostro cuore è esploso? Ecco. Io poco fa. 
Cosa cazzo significa che devo inserire il puk? E soprattutto, dove diamine lo dovrei trovare il puk!?

Alla fine, dopo mezz’ora di puro delirio in cui ho imprecato così tanto che per poco mia madre non mi ha sciaquato la bocca col sapone, il puk l’ho trovato. Non so come, non so come, però ce l’ho fatto. L’antico puk che andava tratto in salvo è stato tratto.

Però ci sono stati attimi di terrore in cui mi sono chiesta: ma cazzo, questo telefono riconosce le mie impronte, la mia mimica facciale, sa quando mi deve venire il ciclo, probabilmente conosce il mio stato emotivo minuto per minuto… Ma io devo andare a ripescare un codice di dieci cifre altrimenti devo tornare a mandare i messaggi coi piccioni!?

Insomma, ragazzi, morale della favola: tatuatevi pin e puk da qualche parte. 

Non si sa mai. 


E voi avete mai perso le credenziali di qualcosa di fondamentale?!
Hasta la pasta, Spelacchiati!

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Cose che mi danno fastidio: persone e piccoli fastidi quotidiani

VAI CAZZOOOOO UN PO’ PIU’ A SINISTRA QUELLA PIETRAAAAA DAI COSIIIIII MISERIAAA!
… Scusate stavo riguardando le partite di curling, sport che amo da millenni e che finalmente sta avendo la risonanza che merita. Dai ditelo che è uno sport pazzescooooo è bellissimo!

Comunque, oggi volevo sfogare della rabbia repressa, e in questi giorni di rabbia (non sempre repressa) ne ho un po’. Un po’ tanta.
Dunque elencherò alcune cose che mi danno fastidio.

Le persone che camminano lentamente sui marciapiedi.
Ma non intendo “lentamente” nel senso umano del termine. Intendo “lentamente” tipo documentario sulla crescita del muschio.
Si piazzano in mezzo al marciapiede come se stessero facendo un mix tra una processione e una gara di Formula 1, non perché sfreccino ma perché non c’è modo di superarli: io tossicchio sommessamente per annunciare la mia presenza: niente.
Metto la freccia: niente.
Gli alito sul collo: niente.
Alla fine mi arrendo e guardo le lumache superarmi a destra.

La gente che manda i vocali in orari impropri.
No. Non posso accettarli, mi fanno incazzare come una rana quando lo stagno comincia ad asciugarsi.
Amica mia, tu conosci non solo gli orari della mia vita ma pure quelli della mia vescica, sai pure quando in che istante mi viene il ciclo, posso sapere perché mi mandi un audio di sette minuti alle dieci di mattina, che io sono in ufficio e non posso ascoltare? E poi, perché cazzo mi mandi un audio di sette minuti!?

Le confezioni che si aprono male.
Quelle con scritto “apertura facilitata” sono le peggiori. Infide. 
Parto col non capire da dove tirare. La confezione del prosciutto o dei formaggi è praticamente un tutt’uno, per mangiare devi chiamare Wolverine. Quando apro i cereali mi esplodono. Le confezioni dei biscotti sono squarciate.
La mia dispensa è un fioccare di mollette e scotch per tenere chiuse confezioni aperte male, e questa cosa mi fa saltare i nervi.

Chi si mangia le unghie in pubblico, nello specifico davanti a me. (Per esempio il Batterino.)
Ma non per il gesto, che me ne frega di quella forma di cannibalismo.
A me infastidisce il suono.
Quel “gngnggngn”, avete presente?
Ti stacco direttamente le falangi, se vuoi. 

Le persone che non scelgono bene gli aneddoti da raccontare.
Sì, lo so, sono una rompipalle, parto già da questo presupposto.
Però cazzoooo cosa mi fai sei ore di preambolo carico di suspance che sembra tu mi stia per raccontare il tuo più grande segreto quando poi devi dirmi che una volta nell’82 hai mangiato una caccola?!

Le persone che “oddio che imbarazzo, mi dispiace per il casino, non farci caso!” quando stai per entrare a casa loro.
E poi ti guardi intorno ed è come essere da Molteni.
Ma vai a cagaaaaaare va!
Che se guardi dove vivo io prima ti prendi qualche stafilococco e poi comunque muori di infarto per il disordine!

E poi mi do fastidio io, che dico “va beh, lasciamo perdere”… e non lascio perdere un cazzo.

Rimugino.
Rifaccio le conversazioni nella mia testa come se potessi sistemarle.
“E se…”
“Ma se poi…”
“Allora forse…”

EH MA ALLORAAAAAA! HAI DETTO BASTA!

Però non basta.

E mi ritrovo a pensare che forse a volte non mi irritano davvero i marciapiedi o i vocali lunghi.
Forse mi irritano altre cose… come tutto quello che resta aperto.
Tutto quello che non riesco a chiudere.

È più facile arrabbiarsi per una confezione di biscotti
che per le battaglie che non ho l’energia di combattere…
E allora me la prendo con le cose piccole.
Almeno lì posso urlare.

*

E a voi, miei cari spelacchiati, cosa irrita fortemente? Cosa vi scatena quel fastidio estremo, interiore, che però non potete esporre?

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Quando vai a comprare: tipi di commessi.

Tipi di commessi

Disclaimer: io vi capisco. Sono stata una di voi. Non so bene che tipo di commessa fossi, ma lo fossi.
Quindi capisco che a volte la voglia di veder entrare una cliente sia un po’ come ricevere una randellata sul ginocchio già scricchiolante. Però potreste almeno fingere di avere un’anima.

Io, cliente, sto già girando come un BayBlade impazzito saltando da un camerino all’altro, sentendomi un tricheco col doppio mento ogni volta che mi guardo allo specchio. E poi devo incontrare…

Lo scazzato.
Classico. Comprensibile, in effetti.
Tu entri nel negozio e lui pensa chiaramente: “macheccazzovuolequesta, che mi ha pure fatto registrare un’entrata dal contapersone”.

Sbuffa. Scuote la testa come fanno i cavalli quando una mosca si appoggia sull’orecchio.
Tu ti avvicini e lui rotea gli occhi, poi fa finta di cliccare qua e là col mouse.

Aspetti un attimo, sperando che smetta di fingere di essere impegnato, ma lui comincia a schiacciare tasti a caso sulla tastiera. Prende penne, fa scarabocchi, le lancia. Corre qua e là. Afferra uno straccio, lo sistema, lo risistema, ci sputa sopra senza motivo, a un certo punto sembra stia preparando un intervento chirurgico.

Ma tu, indomita, rimani lì. Un po’ timida, un po’ preoccupata per la sua salute mentale.

“Mi perdoni, potrei cortesemente chiederle—”
“No.”
“Ma—”
“Non ce l’ho.”
“Ma non sa neanche—”
“È terminato ieri.”

Perfetto. Grazie. Buona vita.

Poi ci sono i chiacchieroni.

Per carità, è bello sapere che nel mondo c’è ancora qualcuno felice e contento di fare il suo lavoro. Ma io sono una procrastinatrice seriale, mi sono ridotta all’ultimo per comprare un regalo e andare a una festa, possiamo andare al sodo?

Chiedo un braccialetto e parte il racconto, l’epopea. Nemmeno Omero narrava così bene.

“Oh sì, ne avevo uno simile che ho acquistato in una boutique nel 1238, era una giornata di sole, me lo ricordo perché avevo messo un vestito giallo a pois viola, i collant color topo ed ero innamorata di Sinbad all’epoca…”

Prima di tutto: che cazzo di gusti ha, signora?
In secundis: ma a me che me ne frega, tu impacchetta tutto.

Poi c’è il passivo-aggressivo.

Lui si comporta come me dopo una lite col Batterino.
Non è apertamente antipatico. Però c’è tensione nell’aria. Astio. Un giudizio silenzioso che ti sfiora come una corrente fredda.

Tu entri e loro sorridono. Ma non è un sorriso. È quello dello Stregatto. Una tagliola di denti.

“Deve proprio provarlo? E va bene, allora venga…”

E si appoggia al muro. Ti fissa. Non per aiutarti. Per punirti.

“Oh sì, questo modello sulle donne incinta è carinissimo!”

E nelle tue orecchie riecheggia il suono del cucchiaio che raschia sul fondo del barattolo di Nutella.
Perché tu non sei incinta. Hai solo la panza.

“Sì, per indossare quello bisogna avere delle cosce che riempano, altrimenti fa un brutto effetto.”

Senta, prenda un coltello e me lo piazzi nel petto, dai. Farebbe meno male di così.

Poi, quando è soddisfatta, se ne esce con un generico:
“Sì, questo modello valorizza molto.”

Ma valorizza cosa?
Cosa stai dicendo?
Sembro un ippogrifo con i leggins, me ne rendo conto da sola.

“Mah, non so, mi sento un po’—”
“Forse una taglia in più le starebbe anche un po’ meglio, sa?”

SO.
GRAZIE MILLE.
LEI NON LO IMMAGINA MA PER ENTRARE HO SMESSO DI RESPIRARE E HO SQUARCIATO LA CUCITURA.

E con l’autostima distrutta e un paio di leggins che non metterai mai esci, ripromettendoti che non mangerai più la Nutella a cucchiaiate.

Ma lo fai appena torni a casa.


E voi, miei cari Spelacchiati, che tipo di commessi siete? Siete malvagi? Gentili? La personificazione del Male assoluto? E quali addetti vendita non sopportate?
Narratemi, orsù dunque, che qua sto annegando tra lavoro, visite mediche e una gran voglia di andarmene in Paraguay! Vi aggiornerò presto, quando avrò qualcosa di sensato da dirvi 💖

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La gente ai prelievi: storie di ordinaria pazzia.

Oggi sclero con una categoria di persone in cui quasi sicuramente rientrate, quindi preparatevi.
La gente ai prelievi.
Per l’amor di Dio.

Io vorrei solamente capire perché, ai prelievi, si presentino tre categorie di persone. Tre. Non quattro. Non cinque. Tre e basta.

I rabbiosi.
Loro non hanno alcun apparente motivo di essere nervosi eppure, dal loro arrivo, litigano con almeno ventidue persone.
Iniziano guardando male le guardie all’ingresso, calciano i totem dei numerini, sfondano la porta girevole non trovando la maniglia, insultano senza alcuna ragione logica gli addetti agli sportelli e concludono picchiando qualcuno in sala d’attesa.
Loro sono rabbiosi.

Quelli che non capiscono un cazzo.
Per carità divina, io rientro in questa categoria eh. Però porca miseria…
Non sanno dov’è l’entrata. Chiedono. La trovano.
Poi non sanno dove devono andare, allora viene loro indicato. Sbagliano strada tre volte ma poi arrivano.
Non sanno come si prende il numerino. Qualcuno lo prende per loro, lo accettano.
Successivamente non sanno a quale sportello andare. Ci arrivano con fatica dopo essere finiti all’Asl di un’altra regione.
E una volta allo sportello… non trovano il codice fiscale. Non trovano le impegnative. Non trovano niente.
Quando finalmente, per grazia divina, hanno finito la parte burocratica gli serve un respiratore, poi iniziano:
“Dove vado a sedermi?”
“Come so quando tocca a me?”
“Ma viene fuori il dottore a chiamarmi o devo infilarmi io dentro a caso urlando “Banzaiiii”?”
“Ma mi siedo?”
“Ma per sedermi devo piegare le ginocchia?”

Risultato: non capiscono quando è il loro cazzo di turno, incasinano tutta la fila e fanno sclerare il team dei rabbiosi che prendono il primo anziano che capita a tiro e glielo lanciano addosso con furia.

Quelli che rovesciano il contenitore dell’urina.
Io non so perché, ma succede sempre.
MA CAZZO.
TU UNA COSA DEVI FARE QUELLA MATTINA, PER UN’ORA: FAR ARRIVARE L’URINA A DESTINAZIONE.
TENERE DRITTA LA PROVETTA.
L’ANTICA URINA ANDAVA PORTATA IN SALVO.

In caso non si fosse capito, stamattina sono andata a rifare gli esami del sangue perché ho il sodio così basso che potrei schiattare. Cioè, letteralmente.
E io che pensavo che il sodio dovesse essere basso.
Cosa cazzo fanno le pubblicità dell’acqua povera di sodio come se fosse una cosa positiva, se poi io devo averne una quantità ragguardevole per restare in vita?

A breve mi verranno prescritte pastiglie di sale come le capre, io non so come commentare questa cosa. La gente mangia le mentine, io pastiglie di sale. Ma poi cosa saranno, tipo zollette? Zollette di sale? Tic Tac di sale? Vado a bermi l’acqua del mare? Boh. Non mi è chiaro. Se c’è un medico spelacchiato tra noi… Non mi dica niente, che forse preferisco l’ignoranza.
La mia vita è una continua barzelletta brutta, di quelle che fanno ridere solo chi la racconta.

E COMUNQUE, PORCA DI QUELLA MISERIA, DIVENTO RABBIOSA PURE IO ORA:
QUANDO SI VA A FARE IL PRELIEVO CI SI TOGLIE IL GIUBBOTTO PRIMA DI ENTRARE, CAZZOOOOOO
COSA ANDATE BARDATI COME SE STESSE ANDANDO A COMBATTERE LE CROCIATE CON LA MAGLIA DI COTTO E VENTI SOPRABITI SOPRA PER POI STARE LÌ VENTI MINUTI A TOGLIERVI STRATO PER STRATOOOOOO.
VI ODIO.

Ehm.
Forse in effetti sono un pochino rabbiosa anche io oggi.

E voi miei cari Spelacchiati come state? Ditemi, sono tutta orecchie: quali sono le cose che vi fanno impazzire completamente quando siete in fila per i prelievi? Tirate fuori episodi, fateci innervosire tutti nei commenti ricordando gente insopportabile!

Ora vado a bermi acqua e sale, Hasta la Pastaaaaaa!


Se volete leggere qualche altro sclero:
Qua ero stata toccata da una blatta
https://pensierispelacchiati.org/2025/07/31/ciance-sparse-sono-sotto-assedio/

Scleri in piscina:
https://pensierispelacchiati.org/2025/06/28/ciance-sparse-decespugliamento-estivo-diario-tragicomico-di-una-pelosa-in-piscina/

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Taylor Swift metal, personal trainer e povertà imminente.

Mmh. 
Qualcuno mi spiega perché sto ascoltando da mezz’ora una cover metal di una canzone di Taylor Swift?
Forse meglio non porsi domande e accettare il caos, come faccio da trentun anni.
Per evitare ulteriori traumi emotivi e danni psicologici infatti chiudo il file di Excel nel quale segno le spese mensili. Perché sì, regà, sto per avere una crisi.
E non epilettica: economica.
Sono sull’orlo del baratro.
Sul lastrico.
E’ la fine. Qualcuno mi porga del cianuro, ve ne prego!

Ebbene sì, è il dieci gennaio ed ho speso metà del mio stipendio. Oddio, chiamarlo “stipendio” è un po’ come chiamare “iceberg” un cubetto di ghiaccio del mojito…

Guardo i numeri e penso: ma cosa stracazzo ho fatto? Sono deficiente?
Non è che per una settimana ho avuto il sogno di andare a vivere sotto a un ponte? Mmh, non credo, perché qua ci sono -6 gradi e ho le stalattiti al posto dei globuli rossi…

Il principale colpevole è palese: è stata Miss Peacock nello studio, con la rivoltella.

Oh, se non avete mai giocato a Cluedo scrivetelo nei commenti così posso insultarvi per favore. O organizzare un mega torneo, perché io amo Cluedoooooooo!

Comunque sì, dicevo, la colpevole è stata la palestra.
Vi ricordate la lista di buoni propositi che avevo scritto l’altra volta? Ecco, mi sono poi iscritta a questa palestrina in cui si fa ginnastica posturale con un personal trainer, ma avevo sottovalutato di molto l’entità economica della cosa.

Dicembre però è stato bellissimo: fare attività fisica mi è addirittura piaciuto, cosa che non succedeva dal ’93 (e io sono nata nel ’94, figuratevi) e ho scoperto di avere muscoli che non pensavo di avere in dotazione! Non solo addominali, ma gli obliqui, addirittura!! Capite?! Io ho gli obliqui! Incredibile. 

Lezione tipo con il mio personal trainer, che è un carinissimo e gentilissimo giovane uomo che non so quale colpa debba espiare avendo me come cliente:

“Dai ora facciamo un minuto di plank.”
Io lo guardo sconvolta.
Lui mi guarda sorridente.
I miei addominali si nascondono dietro al pancreas.
“Dai che ce la fai!”
Secondo 1: divento violacea.
Secondo 2: perdo l’uso del ventricolo destro.
Secondo 3: vedo angeli e sento campane non poi così lontane.
“Bravissima, ancora venti secondi!” 
MA VENTI COSA, CHE STO PER MORIRE QUI DAVANTI A TE! MA POI COME STRACAZZO CONTI, CHE SONO PASSATI ALMENO QUARANTA MINUTI! E POI CHI CAZZO HA INVENTATO QUESTA POSIZIONE, MA QUA SIETE TUTTI PAZZI, IO VI FACCIO CAUSA!
“E…Finito! Bravissima, visto!?”
Io rantolo e rotolo a terra, accasciandomi inerme.

“Ora facciamo la cyclette.”
Io spavalda mi appropinquo a cyclettare. Cosa vuoi che sia, no?
No. Perché dopo venti secondi ho i quadricipiti in fiamme, c’è proprio Canavacciuolo che me li fa flambè.
Odio tutto.

L’altro giorno il trainer, cioè quello che mi traina in palestra, si è presentato con una specie di palla davanti a me e un sorriso smagliante.
“Sali qui sopra.”
A quel punto ho capito tutto.
L’ho guardato con compassione, poggiandogli una mano sulla spalla “Tu sei clinicamente pazzo?”
Lui è scoppiato a ridere “Reagirai così a ogni cosa che ti farò fare, per sempre?”
“Sì, credo di sì.”
“Dai, sali e tieniti qui. Vedrai che dopo un po’ non avrai più bisogno di tenerti.”

Mannaggia.
Aveva ragione.
E io dopo l’intervento avevo avuto grandi problemi di equilibrio, tanto che le mie ginocchia sono tutte sbucciate come quando da ragazzino andavi in bici o a giocare al parco.

E quindi niente, miei cari Spelacchiati, devo dire che fare palestra mi sta piacendo tantissimo. Cazzo. Non è giusto. Non è giusto perché è da tutta la vita che rinnego lo sport, e non è giusto perché non posso permettermi di andarci. Ora dovrò dire al mio trainer che ci vedremo una volta al mese, e questo mi intristisce molto.

Per la prima volta in quattro anni, da quando il mio cervello ha sclerato, mi sono sentita… funzionante. 
Mi sentivo di nuovo un essere umano, per un’ora alla settimana.
Allenavo muscoli, sentivo la fatica, scoprivo di riuscire a fare cose che non pensavo di riuscire a fare.
Ora la dura realtà è giunta e non posso fare così tante lezioni, dovrò ridurre e cercare di fare un percorso a casa, immagino, ma le sensazioni che ho provato lo scorso mese e mezzo mi danno molta carica e un po’ di dispiacere.

Però vi dò qualche altro aggiornamento visto che intanto ho:

  • smesso di fumare (non so che schiribizzo mi sia preso ma sono quattro mesi che non tocco una sigaretta)
  • fissato con la psicologa il percorso che viste le premesse si chiamerà “lacrime e sangue”
  • Ehm… faccio ancora 4000 passi al giorno, che non sono niente ma ammetterlo pubblicamente almeno mi fa vergognare e magari domani potrei addirittura fare il giro dell’isolato
  • …Bevo un bicchiere d’acqua al giorno, infatti sono praticamente una prugna secca. Schiaffeggiatemi vi prego.

E a lavoro… Faccio cose.
Le faccio bene? No.
Incrocio le dita dei piedi per febbraio, quando si scoprirà il mio destino: indeterminato o sotto un ponte?

E voi, miei carissimi Spelacchiati, come state? Come sono andate le feste (anche se di queste parleremo probabilmente nelle prossime puntate)? Ma soprattutto, come sta andando tutto il resto? Voi fate sport? Bevete acqua o siete come me, cioè dei cretini che devono assolutamente idratare le proprie sinapsi?

Fatemi sapere tutto, raccontatemi cose, spiegatemi come superare la soglia di povertà, organizziamoci per giocare a Cluedo!

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Ciance sparse: Prenotare le vacanze: il grande incubo. Parte 1

Ragazzi, ho un quesito che sto sottopendo a chiunque incontri: ma il problema sono io o prenotare le vacanze è effettivamente più stressante di fare il 730 in armeno antico, bendati?
Quattro giorni in Sardegna, facile no? NO. Ho già scolato una boccetta di Valium.
Prima di tutto il volo: io so volare? No.
Posso teletrasportarmi? No.
Dunque serve un aereo. 

Ma a che ora partiamo? Presto? Prestissimo? Torno indietro nel tempo e partiamo ieri? 
Mentre io sono lì che mi pongo questi quesiti il Batterino mi guarda, perplesso. Mi guarda come un macaco guarderebbe un cubo di Rubik, o forse solamente come una persona normodotata guarda una pazza isterica.
“Ehm, tesoro, ti stai surriscaldando, ti esce fumo dalle orecchie.”
“Shh. Taci, anello mancante tra l’uomo e la scimmia. Dobbiamo partire subito!”
Lui è atterrito “…Ma, luce dei miei ciechi occhi, andremo tra tre mesi”
“Non importa, sto andando in aeroporto.”
Seleziono una compagnia aerea completamente a caso in base al logo che mi sembra più carino, poi con un singulto mi accorgo che il bagaglio a mano si paga.

Mi immobilizzo come un cerbiattino davanti ai fari di un’auto.

Il Batterino interviene prontamente “Ma che problema c’è, andiamo con due zaini!”

Con un unico, fluido movimento che sorprende anche me stessa per la rapidità gli agguanto il bavero della maglietta e lo trascino a un millimetro dal mio viso paonazzo “Senti, amore mio, io con lo zaino non andavo manco a scuola. Non ci metterò i solari, i costumi, gli asciugamani, la biancheria, i vestiti e il tuo cazzo di set da snorkeling di due chili in nylon, okay!? Lo zaino lo dovrai usare tu per portare me in giro, chiaro? Ora compra quel maledetto bagaglio a mano o giuro che vado in saletta e ti buco tutte le pelli della batteria.”
“…bastava dirlo, mia cara, non era necessario farsi possedere da un demone.”
Ha comprato il bagaglio.
Ho fatto un esorcismo.

Con un rantolo mi ricordo che non possiamo materializzarci direttamente in aeroporto, ma spendere il budget della vacanza nel parcheggio è una di quelle cose che potrebbe farmi partire leggermente incazzata nera; non vorrei salire sull’aereo urlando come una scimmia e lanciando i miei escrementi qua e là, quindi ho dato inizio alle telefonate patetiche:

“Mamma? Madre, donna straordinaria, creatura dalle mille peculiarità e priva di difetti… Potresti accompagnarci a Malpensa alle quattro e mezza di mattina? Ah no? Come no? Dai, mammifero…”

“Merdino, mi ricevi? Ehiii grandissimoooo come va? Sì lo so che non ci sentiamo dall’82 ma abbiamo ancora quell’aperitivo in centro in sospeso, vecchia volpe! Eh sì organizziamo eh mi raccomando! Come sta la tartaruga? Senti ma… non è che tra qualche mese mi accompagneresti in aeroporto col mio fidanzato cretino? …Pronto? Merdino?!”

Più o meno risolto il passaggio mi accascio a terra con uno spasmo quando guardo i prezzi di un’auto a noleggio: costa come adottare un panda. Optiamo per una Subaru Baracca di un colore inverecondo, tenuta insieme con sputo e preghiere.
Il Batterino dice che gli ricorda me.
Il Batterino le prende. 

 Ci porterà a destinazione o ci lascerà in mezzo a una strada popolata solo di pecore? Mi toccherà saltare in groppa ad un caprone e cavalcare verso nuovi lidi?
Lo scopriremo solo sclerando.

La ricerca dell’alloggio mi è stata quasi fatale; ore ed ore con centocinquanta schede aperte sul pc, giornate passate a leggere recensioni su camere, hotel, tuguri, anfratti.
Uno diceva “vista mare”, poi ho scoperto che per vedere il mare dovevi arrampicarti sull’antenna parabolica come King Kong e usare il binocolo mentre gli aerei ti sparano addosso.
“Beh, i peli li hai.” commenta il Batterino sghignazzando. Lo guardo male ma è troppo impegnato a ridere della sua battuta.

Ho letto recensioni contrastanti: “posto straordinario, camere meravigliose, pazzesco” e subito dopo l’altra diceva “Ho trovato un pipistrello nel bidet”.
Il Batterino annuisce solidale “Beh io trovo sempre un bacarozzo nel letto ogni mattina.”
Il Batterino le prende nuovamente.

Infine mi era venuto il panico per il meteo.
Ho guardato tutte le previsioni a lungo termine possibili e immaginabili: meteo.it dice nuvoloso. Google dice sole. Il Meteo mi manda a cagare. Mia zia prevede una tempesta di sabbia, perché lei queste cose “le sente nelle ossa”. Mia nonna dice che ho il malocchio. 
“Sai che c’è un sito per prenotare il sole?” mi fa il Batterino.
“Davvero!?” chiedo saltando su, trepidante, prota a spendere i miei stipendi passati e futuri in quello.
“No.”
Indovinate chi le ha prese?

Beh, ragazzi… Questo post avevo cominciato a scriverlo a giugno.
Parto lunedì. 
Non abbiamo prenotato manco un hotel.
L’auto? Non pervenuta.
Penso dormirò nel bidet con il pipistrello.

*

Quindi se avete qualche consiglio su cose da vedere, fare, o posti in cui mangiare che si trovino nella zona nord della Sardegna ditemi pure! Se dovessimo essere nei dintorni ci andremo!

Grazie ragazziiiii e ora raccontatemi come vivete voi le vacanze: siete quelle persone che organizzano minuziosamente ogni secondo della vacanza e se succede un’imprevisto impazzite? O siete come me che non fate niente e vi lasciate trascinare dalla corrente, pregando vada tutto bene?

Hasta la pastaaaaa

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Storia della mia emorragia: quando ho capito di essere uno gnu.

Quella mattina era iniziata come tutte le altre, l’unica differenza è che a un certo punto la gatta, che notoriamente mi detesta come io detesto i carciofi, mi è saltata in braccio. 
Così, dal nulla, mi si è appollaiata in grembo e non voleva più muoversi. Mai successo in cinque anni.

Col senno del poi posso dire… ‘Sta infame, poteva darmi qualche segnale d’allarme un po’ più comprensibile. 

D’ora in poi se un gatto mi chiede coccole farò il segno della croce.

Sono giunta in università dove lavoravo all’epoca, ero un po’ un’addetta alla sicurezza e un po’ una tuttofare: informazioni, aiutare i professori nelle cose tecnologiche complesse tipo accendere i pc, controllare che gli studenti non si sfracellassero la capoccia correndo qua e là, controllavo i green pass perché c’erano molti allievi e insegnanti malati di Covid.

Quel giorno era una giornata di lauree, quindi io e le mie colleghe eravamo in prima linea a difenderci da genitori armati fino ai denti di coriandoli e fumogeni (sì, fumogeni, la gente è sciroccata).
Sembrava una giornata normalissima.
Poi a un certo punto qualcosa è cambiato.
Ho cominciato ad avere caldo, poi freddo, poi sudare. Avevo la nausea, mi sentivo debole.

Sono andata in bagno pensando di dover vomitare, ho dato la colpa al caffè preso poche ore prima; “chissà che miscela hanno usato, sarà stato concime?”.
E poi mi sono accasciata per terra. Mi tenevo alla tazza del water ma non riuscivo a fare niente.
Non vomitavo, non svenivo, non mi muovevo.
Non so dopo quanto tempo siano venuti a cercarmi, ma a un certo punto una collega bussa e mi urla “Sara? Stai bene?!”
“No.”

Mi fanno sedere su una sedia con le rotelle, quelle da ufficio, e mi spingono in corridoio. Sembravo normale. Rispondevo, ero piuttosto lucida, ridevo e sdrammatizzavo pure, ma non stavo bene. Stavo incomprensibilmente male.
“Vuoi andare a casa?”
“Non c’è nessuno a casa, ma non ho la forza di prendere il bus. Posso restare qui? Se mi riprendo ricomincio a lavorare. Magari passa in fretta.”

Che stakanovista, eh? Quanto ottimismo. 
Ma qualcosa non li convinceva.
“Dammi il cellulare. Chi posso chiamare?”

Ci penso. Chi disturbare per una cosa così stupida? Ero solo debole. Ero solo stanca. Forse avevo dormito peggio del solito, una cosa da niente.
“Il Batterino… Non so se è libero, potete provare a chiamarlo?”
Non so cosa gli abbiano detto, ma poco dopo era lì.
Mi ha guardata in faccia per un lunghissimo istante.
“Ha la faccia storta, cazzo! Avete chiamato l’ambulanza? Chiamate subito l’ambulanza!”

E così sono arrivata in pronto soccorso.

Si dice “se senti rumore di zoccoli pensa ai cavalli, non alle zebre”.

Io ero giovane, 27 anni, con insonnia cronica, episodi di attacchi di panico, in cura psicologica; sì, insomma, ero un cavallo.
Mi hanno messa su una barella con una bacinella “stia tranquilla signorina”. Codice verde.
Di recente ho parlato con una persona che era lì quella sera, si ricorda di me perché ci conoscevamo di vista; “Sara, tu ti alzavi, andavi in bagno a vomitare, tornavi sulla barella e svenivi. In continuazione.”
Non vi dico per quante ore ho continuato così perché se ci penso la fiducia immensa che ho negli ospedali vacilla un pochino; ma ero solo un cavallo, dopotutto, o forse addirittura un mulo. Non ero prioritaria.
Diciamo che ho passato lì così tanto tempo che avrei fatto in tempo a laurearmi in medicina e autodiagnosticarmi qualcosa.

Alla fine, dopo ore, vengo visitata.
Non mi ricordo molto della visita, diciamo che non mi ricordo quasi niente; ma mi ricordo che a un certo punto qualcosa è cambiato. L’atmosfera è cambiata.
Erano arrivati i risultati della mia tac.
In men che non si dica sfrecciavo sulla barella verso una stanza, la stanza libera più vicina, e mi attaccavano un enorme flacone di mannitolo alla flebo.

Il mannitolo serve per ridurre il gonfiore intracranico. Serve per non far gonfiare il cervello quando c’è troppa pressione. Insomma, serve a non farti fare la fine degli alieni di Mars Attacks.

Ancora mi chiedo come l’abbiano detto ai miei familiari.

Come abbiano reagito loro. 
“Vostra figlia sta avendo un’emorragia cerebrale, se peggiora dovremo portarla in sala operatoria. Dovete cercare di stare calmi, vi daremo notizie appena avremo aggiornamenti.”

Così ho capito di non essere un cavallo.

Ero uno gnu.

*


E questa, miei cari Spelacchiati, è la storia di come questo gnu ha iniziato la sua epopea; se vi interessa posso fare anche le parti successive, e pure i prequel, visto che è una storia contorta quanto un film di Nolan.

Ma vorrei chiudere il post con qualche consiglio serio: non abbiate paura di andare in pronto soccorso. Io ora mi sento al sicuro solo quando sono lì o in ospedale, praticamente!

E non sottovalutate i vostri sintomi.

Se all’improvviso avete problemi a formulare parole, sorridere, alzare le braccia o la vostra faccia diventa “storta”… Chiamate l’ambulanza. Non fate come questo gnu, che sarebbe rimasto a lavoro tutto il giorno. 

Imparate dai miei errori. 

E voi, che animali siete? I vostri animali vi hanno mai avvisati di qualcosa?

E se vi va di raccontare qualcosa di più personale qui nei commenti… vi chiedo di raccontare aneddoti positivi, spelacchiati! Non voglio che questo post diventi un luogo in cui farsi venire l’ansia leggendo bollettini di guerra, ma in cui ci raccontiamo e supportiamo a vicenda… Magari anche sorridendo nel raccontare qualcosa di orrendo. Insomma, siate più spelacchiati che potete!

Hasta la pasta, miei cari!

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La gente al bar: tutte le cose più fastidiose (e spelacchiate) del mattino

La gente al bar

Ora che la mia vita sta lentamente tornando simile a quella di un essere umano dopo la malattia e l’intervento al cervello mi sto rendendo conto di quante cose incredibilmente fastidiose ci siano nel mondo.

La gente al bar, per esempio.

Io arrivo lì, già irritata di per sé prima di tutto perché è mattina, in secondo luogo perché reduce dai viaggi in bus, e infine perché le persone sono insopportabili in ogni contesto.

Io mi siedo tranquilla al mio tavolino, col mio libro, mi sgranocchio la brioche e intorno a me… il caos. 

Giovani che piazzate il cellulare al centro del tavolo e mettono la musica a palla, mi rivolgo a voi: VE LO INZUPPO NEL CAPPUCCINO, OKAY? E’ CHIARO IL CONCETTO? ABBASSA QUEL VOLUME O TI ABBASSO LA STATURA A PUGNI, OKAY? 
Ma poi ascoltassero cose carine uno chiuderebbe pure un occhio, ma ascoltano queste cose strane che ascoltano i giovani, questa musica trap che a questo punto “trap” penso stia per “trappola”: se lo ascolti muori.

E io muoio un po’ ogni volta, infatti.

Un’altra cosa che non sopporto, ma forse è un problema mio, è lo sbatacchiare dei cucchiaini nelle tazzine. Metallo contro i bordi. In continuazione.
HO CAPITO CHE STAI MESCOLANDO MA COSA CAZZO SEI, UNA STREGA COL CALDERONE? VA CHE DOPO DUE GIRETTI LO ZUCCHERO SI E’ SCIOLTO, EH! MA POI COSA CAZZO DEVI MESCOLARE CON QUELLA FOGAAAAA MA RILASSATIIIIIIII NON PUOI SFOGARE TUTTA LA TUA RABBIA IN QUEL MODO PERCHE’ POI IO VORRO’ SFOGARE LA MIA SU DI TE E QUEL CUCCHIAINO TE LO FICCO IN UN AVAMBRACCIO!
Ma no, è tutto un cling cling cling cling.
Incessante.

E quando finalmente l’anziano accanto la smette col cling cling è il turno del tipo che legge il giornale leccandosi il dito ogni volta che deve girare pagina, con quel suono a metà tra un risucchio, un rantolo e uno sputacchio.
Ma posso dire “che schifo”?
Signore, si rende conto di quanti germi sta letteralmente leccando? Secondo me il prossimo passo è leccare i pali delle metro o direttamente i marciapiedi, veda lei.

Poi qualcuno mi deve spiegare com’è possibile che a ogni ora del giorno e della notte, in qualunque bar del mondo, ci sia un gruppo di uomini che parlano di calcio e donne. E basta. Non conoscono altri argomenti, non hanno mai parlato d’altro, non credo nemmeno sappiano i nomi l’uno dell’altro.

Si incontrano, parlano della formazione scadente della squadra all’ultima partitta e di come “hanno giocato da soli” “non c’era partita” “a un certo punto ho spento” alternando con commenti sulle gnocche, che no, non sono le mogli degli gnocchi.
Ma se siete così bravi com’è che siete qua a bere un bianchino ogni giorno prima del lavoro e non a bordo campo con Buffon? (Scusate, la mia conoscenza calcistica si ferma a quegli anni lì) o a fare spot pubblicitari di infimo gusto sulle patatine in accappatoio?
No così, io chiedo.

E in tutto ciò la mia colazione si rovina, perché mentre vorrei solo stare tranquilla e leggere prima di andare a lavoro mi ritrovo infastidita da tutto e mentre fisso con astio i ragazzini con la trap a palla la mia brioche mi sbrodola tutta la marmellata sui pantaloni. Allora corro in bagno per salvare il salvabile ma il lavandino appena lo apri spruzza come un gyser e mi ritrovo sempre con la camicia a macchie e quando vado a pagare sono così nervosa che prima o poi ruberò il barattolo delle mance perché sento di meritarmi una mancia per non aver elargito neanche uno schiaffo.

Domattina porterò i tappi e una pistola, sono aperte le scommesse su cosa userò per primo. 

Spoiler, userò i tappi perché conoscendimi sparerei alla mia tazzina di decaffeinato per errore, e questo mi innervosirebbe ancora di più.

*
E voi, miei cari spelacchiati, narratemi: cosa vi da fastidio al bar?
Cosa ne pensate di questa rubrichina di situazioni banali che mi fanno saltare i nervi? Sembro solo una pazza squinternata o potete capire la mia frustrazione?