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TAG: Alfabeto Letterario

Tag Libresco: Alfabeto Letterario

Buongiorno, spelacchiati. Come state? Quanto fa caldo dalle vostre parti? Chiedo perché qui da me anche se sono a nord non c’è un alito di vento. Non c’è neppure l’aria, comincio a pensare.

Non avendo nulla di cui parlare e avendo visto questo post un po’ ovunque sul caro Facebook mi son detta “ohibò, facciamolo” quindi ve lo sorbite. E chiunque legga è pregato di farlo a sua volta, sappiatelo. Nei commenti, nei vostri blog, su youtube, dove vi pare.

A ⇨ Un autore con la A maiuscola (quello di cui hai letto più libri):
Mmh il primo autore che mi viene in mente è Jane Austen: Orgoglio e Pregiudizio, Persuasione, Emma, L’Abbazia

B ⇨ Bevo responsabilmente, mentre leggo:

Non è vero mai, mi è capitato di fare di tutto mentre leggo, in primis bere e mangiare (non contemporaneamente). Ho quasi sempre le cuffie con la musica abbastanza alta quando leggo in italiano mentre se leggo in lingua ahimè devo stare nel silenzio se no i miei pensieri si attorcigliano e vado in tilt.

C ⇨ Confesso di aver letto:

50 sfumature di grigio. Tutta la saga. Lo so, ma è stato per solo gusto dell’orrido e per vedere quanto può essere offensiva verso il genere umano una saga.

D ⇨ Dovrei smettere di:

Comprare libri finché non ne smaltisco un po’ di quelli che ho già. C’è uno scaffale intero che mi fissa con aria giudicatoria ogni volta che compro un libro.

E ⇨ E-reader o cartaceo:

Cartaceo forever, anche se ho il Kindle ed ammetto che è di un’utilità pazzesca. Credo di averci letto il 99% dei libri che mi servivano per l’università.

F ⇨ Fangirl impenitente di:

Fino a due ore fa avrei detto Harry Potter, ora che ho letto gli spoiler di The Cursed Child mi sento tradita e per ripicca rispondo Il signore degli anelli. Ma temo che tutti i gadget di HP che ho sparsi per la casa mi tradiscano.

Comunque non scherzo neanche con il Trono di Spade, ho già un bracciale Dothraki e una spada di Jon Snow che fa da segnalibro.

G ⇨ Genere preferito e che di solito non leggi:

Diciamo che sono una lettrice onnivora e in generale l’unico genere che evito come la peste è lo Young Adult, perché ormai sono tutti ad altissimo tasso di offensività nei confronti di tutto l’universo.

H ⇨ Ho atteso a lungo per:

Harry Potter e i Doni della Morte. Ah, aspettare la mezzanotte in centro per comprarlo…

I ⇨ In lettura al momento:

Il Ballo, di Irène Némirovsky, IT di Stephen King e credo che andrò avanti con Il Trono di Spade.

L ⇨ Luogo preferito per leggere:

Sicuramente il divano: quando mi piazzo lì con un libro e le cuffie il resto del mondo potrebbe anche implodere e io non me ne accorgerei neanche. Estasi.

M ⇨ Miglior prequel di sempre:

Mi sto arrovellando il cervello ma non mi viene in mente nessun prequel. Lo Hobbit vale?

N ⇨ Non vorrei mai leggere:

Romanzi di autori che non stimo come persone o che già so non incontrano il mio gusto personale. Ciao Fabio Volo, per esempio.

O ⇨ Once more (un libro che hai riletto tante volte, ma rileggeresti ancora):

Ancora una volta la mia risposta è Harry Potter. Alcuni libri della saga li ho letti almeno sette/otto volte, dico davvero. Ero malata. Ora ne sono uscita e ora sono più una che rilegge spesso piccole parti di libri, quelle che mi sono piaciute maggiormente. Per esempio tutte le parti di Enjolras ne I Miserabili.

P ⇨ Perla nascosta (un libro che non ti aspettavi fosse tanto bello):

GGGGN. Mi sto sforzando tantissimo ma non mi viene in mente nulla perché da qualche anno a questa parte sto cercando di essere molto oculata nelle mie letture ed evitare quelle che temo non possano piacermi, dunque non ho quasi mai sorprese…

Io prima di te mi è piaciucchiato ma non è un libro meraviglioso, anzi, ha molti limiti.

Q ⇨ Questioni irrisolte (un libro che non sei riuscita a finire):

Non picchiatemi ma la mia risposta è… I Pilastri della Terra. Davvero, c’ho provato e riprovato ma alla fine l’ho sempre chiuso con una certa insofferenza. Darò un’altra possibilità a Ken, lo giuro, ma non con questo romanzo. Almeno non per un bel po’.

R ⇨ Rimpianti letterari (libri interrotti o perduti che non potrete finire di leggere):

Ho interrotto a metà In una sola Persona di John Irving, non so neanche io perché visto che mi stava anche piacendo. Non era il momento, ecco.

S ⇨ Serie iniziate e mai finite:
Artemis Fowl di Eoin Colfer e Maximum Ride di Patterson. Mentre per Artemis Fowl non ho alcuna voglia di rimettermici visto che gli ultimi erano abbastanza pessimi, per quanto riguarda Max e lo stormo spero sempre di trovare i libri che mi mancano in superofferta… Prima o poi la finirò quella saga, non importa che sia per ragazzi.

T ⇨ Tre dei tuoi antagonisti preferiti:

Non mi viene in mente nessuno e la cosa mi turba. Mi vengono solo nomi di cattivi meravigliosi presenti nelle serie tv, help!

U ⇨ Un appuntamento con (personaggio di fantasia):

JON SNOW! ENJOLRAS! MR. DARCY! LEGOLAS SE INTERPRETATO DA ORLANDO BLOOM! potrei andare avanti con nomi in caps lock per sempre… Tra l’altro c’è anche stato un momento della mia vita in cui mi ero invaghita di Jasper Cullen, il vampiro che non si fila nessuno. Ma prima che uscisse il film, eh. Non è che “ah ma ti piace l’attore” no no mi piaceva proprio Jasper proprio come mi piace Enjolras e gli altri.

V ⇨ Vorrei non aver letto:

Veronika decide di morire di Coelho, mamma mia che fastidio. Banale, scontato, la scrittura di Paulo mi ha annoiata a morte… Vade retro. Pessimooooo.

Z ⇨ Quel finale che proprio non vi è mai andato giù:

Harry Potter doveva morire. Okay? MORIRE. SCHIATTARE. TIRARE LE CUOIA.

Bene, il tag è finito e io sono stata abbastanza banale nelle risposte… Fate anche voi questo tag e fatemelo sapere, verrò sicuramente a dare una sbirciata alle risposte!

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Alice attraverso lo specchio

Ogni scusa è buona per scrivere un post e, al momento, mi sto nascondendo dall’umanità che vuole augurarmi un buon compleanno. Quanto odio il mio compleanno, qualcuno elimini il quattro giugno dalla vita.

Comuuunque ieri sera sono andata ar cinema, detto alla romana perché sto ascoltando i Cool and the Game su youtube e mi sento un po’ romana anche io ora, e dopo un’accurata scelta fatta pescando i bigliettini perché non ci mettevamo d’accordo abbiamo optato per “Alice attraverso lo specchio”, giusto per guardare Johnny Depp imbruttito abbbestia.
Se ve lo stiate chiedendo sì, ho perso tutta la stima che provavo per lui visto gli ultimi avvenimenti.

Ma qui non si parla di persone che si credono Alì nella vita familiare, qui si parla di persone che entrano negli specchi e finiscono in paesi delle meraviglie. E non si tratta di Crozza.

Trama:

Alice Kingsleigh (Mia Wasikowska) ha trascorso gli ultimi anni seguendo le impronte paterne e navigando per il mare aperto. Al suo rientro a Londra, si ritrova ad attraversare uno specchio magico che la riporta nel Sottomondo dove incontra nuovamente i suoi amici il Bianconiglio, il Brucaliffo, lo Stregatto e il Cappellaio Matto (Johnny Depp) che sembra non essere più in sé. Il Cappellaio ha perso la sua Moltezza, così Mirana (Anne Hathaway) manda Alice alla ricerca della Chronosphere, un oggetto metallico dalla forma sferica custodito nella stanza del Grand Clock che regola il trascorrere del tempo. Tornando indietro nel tempo, incontra amici – e nemici – in diversi momenti della loro vita e inizia una pericolosa corsa per salvare il Cappellaio prima dello scadere del tempo.

 

Okay, la nostra Alice è una tipa tosta, lo abbiamo capito dal primo film. Qua fa la Jack Sparrow della situazione, la capitana super esperta che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno.

Poi il Brucaliffo la fa tornare a Wonderland e lei scopre che il povero Cappellaio sta a morì, e comincia tutta l’avventura temporale.

Il problema è che questo film è un’accozzaglia di cose banali, trite e ritrite condite da effetti speciali esagerati. Sarà che a me la computer grafica usata in maniera così massiccia e presente per tutto il film disturba un po’ ma insomma… sarà fatta benissimo ma basta.

Alice, poi, è fastidiosa all’inverosimile. Lei va. Lei fa cose. Se ne sbatte le natiche dei danni incredibili che potrebbe fare, poi si giocano la solita carta del “è andata così perché lei aveva cercato di impedirlo” e a me giracchiano le balle perché di film e telefilm con viaggi nel tempo ne hanno fatti a bizzeffe, nel 2016 possiamo fare uno step successivo? Possiamo smetterla con le solite idee?

MAH.

Altro personaggio a me insopportabile è la Regina Bianca interpretata da Anne Hatahway, che di solito non mi dispiace come attrice ma qui veramente non la si regge. Con i suoi svolazzamenti inutili, gesti innaturalissimi, espressioni da pesce lesso, rossetto che cambia colore dopo ogni cambio scena (ma che cavolo), dialoghi che non stanno nè in cielo nè in terra… Bocciatissima.

Il Cappellaio. Nota dolentissima.
Ora farò la melodrammatica, preparatevi: mi hanno rovinato il personaggio.

Partiamo da lontano. Il Cappellaio Matto è uno di quei personaggi che tutti amano e che tutti stimano fin da piccoli, quando viene raccontata la storia del Paese delle Meraviglie per la prima volta. Il Cappellaio è completamente fuori di testa, divertente, buffo, ironico, pazzissimo e saggio allo stesso tempo, un personaggio tanto complesso da sembrare folle. Bellissimo.

E se mi si fosse chiesto di immaginare il passato del Cappellaio, non ci sarei riuscita. E non avrei voluto farlo: sono dell’idea che un personaggio del genere non possa essere spiegato. Non deve avere un passato, va bene così: il mistero fa parte del fascino.

E invece no. Diamogli una storia, una storia banale, che sa di già visto. La famiglia che non accetta la sua stravaganza, il padre deluso, lui che se ne va per la sua strada. Vi ricorda qualcosa? Magari La Fabbrica di Cioccolato?

BORING.

Se neanche per un personaggio del genere si riesce a inventare qualcosa di diverso dal solito allora siamo veramente alla frutta.

Stessa cosa per le due sorelle, la Regina Bianca e la Regina Rossa. Una storia di una banalità disarmante, non è veramente possibile continuare a vedere i soliti espedienti usati dappertutto. 

Insomma, non ci siamo su tutta la linea. L’unica luce in questo film è Tempo, che Sacha Baron Cohen ha interpretato benissimo, ed era pure molto figo. Orribili le battute “chi ha tempo non aspetti tempo” e tutte le altre.

Chi di voi l’ha visto? Sto esagerando? Alle mie amiche è piaciuto quindi potete unirvi ai loro insulti nei miei confronti.  La prossima volta costringerò a guardare Somnia, sappiatelo.

Ai prossimi pensieri spelacchiati!

 

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Filmando: Hush-Il terrore del silenzio

Grrrr.

Fumo di rabbia, schiumo come i cani. Adele in questo momento è a Verona a cantare e l’unica domanda ammissibile è “perché non sono lì?”.

Che pallissime.

Mentre mi sparo i suoi live su youtube (sempre sia lodato) ho deciso di chiacchierare di Hush-Il terrore del silenzio che ho guardato pochi giorni fa e che ho trovato a suo modo originale.

Dell’ormai famoso Mike Flanagan (Oculus, I guardiani della galassia) è un film palesemente a basso budget e basso contenuto di jump scares ma che fa comunque il suo sporco lavoro: mettere ansia.

Trama:

“La scrittrice Maddie Young vive una vita di isolamento dopo aver perso l’udito da adolescente, ritirandosi in un mondo fatto solo di silenzio. Quando però un killer psicopatico dal volto mascherato appare alla finestra della sua abitazione, Maddie deve spingersi oltre i propri limiti mentali e fisici al fine di sopravvivere alla lunga notte che l’attende.”

Sì, è un altro home-invasion film, sì, un’ora è mezza è anche troppo e sì, ci sono grossi difetti ma è comunque un film che si distingue dalla massa per due punti fondamentali: i protagonisti e il regista. Lei, sordomuta e incapace di sentire il suo assalitore, deve guardarlo costantemente per poter sopravvivere.
Perdilo di vista e sei morta. Distraiti e sei morta.

Per la prima volta guardando un film horror non ho sperato che la protagonista morisse di una morte atroce, perché la nostra Maggie si dimostra fin da subito una combattente che entra immediatamente in modalità “col cazzo che ti lascio vincere facile, venderò cara la pelle”.
E lui, il coglionazzo con la maschera, è un coglionazzo malvagio e inquietante. Non si sa chi sia, non si sa cosa voglia, ma la sua presenza basta a mettere angoscia perché, come dice lui stesso, “può entrare e ucciderla quando vuole”. Solo che prima preferisce giocare, il bastardello, metterle una pressione psicologica addosso che neanche Valentino Rossi con Biaggi. E la pressione bene o male la mette anche a noi, o almeno a me.

Di Flanagan si possono dire parecchie cose ma la sua bravura è incontestabile: con un budget ridottissimo è riuscito a tirare fuori un lavoro comunque superiore alla media trash alla quale ci siamo dovuti quasi arrendere. Non è l’originalità fatta a film, non è un horror d’autore, non è un film con chissà che pretese ma come ho già detto fa il suo lavoro nonostante ammetto che un’ora e mezza è fin troppo per questo film che non manca di momenti noiosi. La bravura dell’attrice sopperisce alla noia comunque e il tifo per lei tiene svegli e attivi. 

Anche se banale, sottolineo l’intelligenza del regista nel decidere di investire tutto sui personaggi piuttosto che su effetti speciali che avrebbero risucchiato i già scarsi fondi: con solo due persone, senza neanche troppo sangue finto nè altro, è riuscito a mettere su un’ora e mezza di pellicola.

Il film, poi, è coerente con sè stesso: niente eroina che fa cose inspiegabili, niente cattivone super pazzesco che vince contro tutti -anzi, in una certa scena se la cava per puro fattore C- e anche sceneggiatura -ridotta ovviamente all’osso- e regia riescono a offrire qualche spunto carino e distanziarsi da quella roba tipica dei nuovi film horror con telecamera a spalla tutto il tempo o, ancora peggio secondo me, quei film in cui, detto terra terra, sono i protagonisti a riprendere. Tipo Rec. Tipo Paranormal Activity.
Quelle boiate lì, insomma. 

Insomma, è un film carino, con difetti e pregi, che si lascia guardare senza pensare “what the fuck” ogni due secondi.

Ora continuerò a picchiare la testa contro al muro per non essermi aggiudicata un biglietto per Adele stasera, addio.

Saluti spelacchiati.

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Prossimi ordini libreschi: tristezza a palate

Quando la vita vera si fa dura, i non duri si rifugiano su internet.

Quindi eccomi qui, che cerco di non pensare. Non penso. Non sto pensando. Soprattutto non sto pensando a nessun ragazzo che lancia segnali contrastantissimi. Credo che presto rinuncerò al mondo maschile e mi riempirò la casa di cani.

Per tirarmi un po’ su di morale visto che sta rasentando il suolo sto ultimando il mio carrello su Libraccio.it e ho pensato di condividerlo con voi.

  1. La baracca dei tristi piaceri: “La violenza sulle donne è antica come il mondo, ma nel 2009 avremmo voluto sperare che una società avanzata, civile e democratica non nutrisse le cronache di abusi omicidi e stupri. Ma come si sarebbe potuta arginare questa deriva durante il nazismo, quando si raccomandava alla gioventù la brutalità come dimostrazione di forza e coraggio, e la prostituzione forzata, ovvero una micidiale forma di violenza, faceva addirittura parte delle strategie politiche del governo di Hitler?”
    Per ora sono intrigata dalla storia ma ho letto recensioni molto negative riguardo la profondità e la caratterizzazione, che dovrebbero essere secondo me il punto cruciale di un romanzo del genere. Non sono sicura di prenderlo.
  2. Una bambina e gli spettri: “Torey Hayden, psicopatologa infantile, dopo tanti anni di “casi difficili” credeva di essere pronta a tutto, ma non era preparata all’incontro con Jadie, una bambina colpita da mutismo elettivo e completamente chiusa nel suo dolore. Alle origini di tanta sofferenza si celava una realtà sconvolgente: violenze sessuali, abusi emotivi, culti satanici. Solo grazie a tutta la sua esperienza, unita all’amore e alla dolcezza, Torey Hayden ha saputo aiutare la piccola Jadie ad affrontare la sua tremenda realtà e a incamminarsi verso la salvezza.”

  3. Yellow Birds: “Una guerra che non è la loro e che ha la meglio su di loro. Partiti a diciott’anni. Talmente impreparati. Talmente ingenui. Da credere che insieme ce l’avrebbero fatta. Da credere nel potere delle promesse.
    Bartle è devastato dal senso di colpa. Per non avere impedito che Murphy morisse. Per non essere morto lui stesso. Per non essere riuscito ad attenuare la brutalità e l’orrore della guerra. Ora che è tornato a casa, vede Murphy ovunque. Insieme alle altre immagini dell’Iraq: i cadaveri che bruciano nell’aria pungente del mattino, i proiettili che si conficcano nella sabbia, le acque del fiume che ha inghiottito il loro sogno. E il tormento per la promessa che non ha saputo mantenere non cessa. La promessa di riportare Murphy a casa intero. Con uno stile che è come un colpo al cuore, Powers ci racconta una storia di perdita dell’innocenza tra il deserto ostile della guerra e i turbamenti del ritorno a casa.
    Di questo romanzo ha parlato la stupendissima Ilenia Zodiaco sul suo canale, e quasi tutto quello che lei consiglia io prendo senza rimanere delusa.
  4. Il condannato a morte Claude Geaux.
    Non trovo una trama scritta decentemente, vi dico solo che è di Victor Hugo, un Victor Hugo però meno prolisso, meno incline a voli pindarici da un argomento all’altro, con qualche similitudine con i miei amati Miserabili. 
  5. Come educare il tuo cane usando il suo linguaggio.
    I cani sono sempre stati una mia grande passione, l’educazione dei cani in particolare. Essendo ancora in grave crisi interiore riguardo al mio futuro ho deciso di dare una possibilità alla mia vita anche nel campo cinofilo visto che quello linguistico non sta sortendo i risultati che speravo. 

Dite che il mio umore grigetto influisce sulla mia scelta di lettura? Nooooo…

Per oggi è tutto, spelacchiati. Torno a leggere “I fiumi della guerra”, sesto libro de “Il trono di spade” cercando di prepararmi psicologicamente al Red Wedding che so mi attende tra non molte pagine. Piango già.

Fatemi sapere le vostre prossime letture o i vostri prossimi acquisti!

 

 

 

 

 

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Librando: #Una famiglia quasi perfetta. Ovvero una famiglia di dementi.

Mea culpa, a sto giro ho cannato. Ho sbagliato in pieno.
Non avendo voglia di stare lì a leggermi diecimila recensioni mi sono fidata del passaparola e ho comprato “Una famiglia quasi perfetta“, primo romanzo di Shemilt Jane.

Trama:
Jenny è un medico, sposata con un famoso neurochirurgo e madre di tre adolescenti. Ma quando la figlia quindicenne, Naomi, non fa ritorno a casa dopo scuola, la vita perfetta che Jenny credeva di essersi costruita va in pezzi. Le autorità lanciano l’allarme e parte una campagna nazionale per cercare la ragazza, ma senza successo. I mesi passano e le ipotesi peggiori diventano sempre più plausibili, ma in mancanza di indizi significativi l’attenzione sul caso si affievolisce. Jenny però non si arrende. A un anno dalla sparizione della figlia, sta ancora cercando la verità. Presto capisce che le persone di cui si fidava nascondono terribili segreti, Naomi per prima. Seguendo le flebili tracce che la ragazza ha lasciato dietro di sé, Jenny si accorgerà che sua figlia è molto diversa dalla ragazza che pensava di aver cresciuto…

*prende un respiro profondo*

Questo libro non mi è piaciuto. Non mi è piaciuto per niente.

Io ve lo dico, a un certo punto spoilererò senza pietà, alla Christian Grey, perché devo farvi capire la demenza che si raggiunge, ma non dirò nulla del finale. Quello dovete gustarvelo.

Jenny è una donna, una mamma, un medico. Carriera e famiglia possono coesistere? 
Forse.
In linea di massima sì a meno che non si è dei totali cretini come la protagonista di questo romanzo. Jenny infatti è astuta come una volpe e attenta come un falco, tanto che non ha la minimissima idea di cosa accada sotto al suo tetto ma vive nell’idea che sia tutto perfetto come piacerebbe a lei.

Non si accorge che il marito neurochirurgo non è mai dove dice di essere, che gli sbalzi d’umore del figlio non sono solo frutto “dell’adolescenza”, che dietro l’atteggiamento della figlia si nasconde un possibile addio.

Quello che mi ha reso insopportabilmente fastidioso il romanzo è la chiarezza con la quale viene mostrato che qualcosa non va, rendendo la nostra dottoressa una vera tonta.
Lei liquida comportamenti palesemente strani con frasi tipo “dev’essere la stanchezza per le prove, sicuramente” o “di questo dobbiamo parlare… ma aspetterò che lo faccia lei per prima, per non starle addosso“. Ma scherziamo? Hai dei figli adolescenti e tu “aspetti che siano loro” a parlarne? 

Naomi torna a casa puzzando di fumo e di alcol, mente a riguardo e lei “dobbiamo assolutamente parlarne”. E poi si distrae, segue una farfalla, guarda fuori e si lancia in pipponi amletici.

Il problema è che questo personaggio non è nè una mamma apprensiva e “mammesca” nè una che se ne strafrega perché è impegnata con il lavoro: è nella posizione più strana e più scomoda in cui un personaggio così può stare, cioè nel mezzo: un’idiota che fa finta di essere mamma e che fa pure male il suo lavoro.

Tra le varie recensioni che ho letto (dopo) molti dicono che questo romanzo è una vera istantanea della vita “moderna” in cui le donne si perdono il senso della vita cioè crescere i figli.

Cercherò di non essere volgare e non mandare tutti a fare in cielo.

No.
Il senso della vita non è sposarsi, non è fare figli, non è universale per tutti. Piazziamocelo in testa: persone diverse = ambizioni diverse.

Questa donna, poraccia, ha tutto il diritto di farsi una carriera. Quello che non ha il diritto di fare in quanto nel momento in cui metti al mondo una creatura diventa tuo obbligo assumerti responsabilità nei suoi confronti è scrollare le spalle davanti ad ogni cosa.

Poi volete dirmi che in un anno gli insegnanti non vedono mai i genitori di questi ragazzi? Che non vengono informati delle attività extrascolastiche? Che nessun docente si prende la briga di avvertire i docenti se uno chiede come si fa a mollare la scuola?
Ma per favore.

Altro personaggio altra demenza è il marito, Ted. Ted, un personaggio messo a caso. Lui è lì, c’è, parla pure eh, ma è inutile. Un inetto. Lui però almeno ha la scusa che viaggia: un giorno è a Hong Kong, un altro in Australia, se ne va per i suoi convegni e bye bye family. 

Per non parlare dell’investigatore-tutto-fare Michael, uno che dovrebbe avere un po’ di sale in zucca e che segue le regole ligio al dovere ma che poi manda tutto a prostitute raccontando ogni dettaglio a Jenny “così se per caso quelli della televisione riuscissero a scoprire qualcosa di super top secret delle indagini non rimani traumatizzata”.
Certo, funziona proprio così. Ah-ah. Dì tutto ad una madre che sta impazzendo per la scomparsa della figlia, complimentoni, poi prendi un sasso e colpisciti da solo finché non svieni magari.

E poi parliamo di ‘sta ragazza. ‘Sta tipella. Una capra.
Quindici anni, un atteggiamento da schiaffi a mano aperta. Quasi ero felice che fosse scomparsa. 
Se io alla sua età mi fossi comportata come lei i miei mi avrebbero appesa per i pollici. 

Per non parlare di quell’altro, Ed, il più poraccio di tutti che ancora un po’ che si droga ci muore e nessuno se ne accorge. 

Per farvi un esempio a caso, ad un certo punto c’è Jenny che si accorge che sul comodino di Ed c’è una mazzetta di soldi, tipo tre-quattrocento sterline e il suo primo pensiero da superpirla quale è è stato “oh che tenero, si sente in colpa per la sorella e vuole ripagarci”.
COSA STAI DICENDO, DONNA? Ma che bip di ragionamento è? Ma questa donna ci è o ci fa? 
E poi va dal marito dicendo “senti smettila di spillare soldi ai ragazzi come una banca, eh” e quando lui le dice che non gli ha dato un soldo bucato lei pensa “ah, avrà risparmiato”.

Hai capito tutto, Jenny, bravissima.

Se poi vi aspettate, come me, che almeno il finale sollevi un po’ la cosa… Non è affatto così. E’ uno dei finali più orrendi che abbia mai letto. Non vi spoilero il finale così ve lo godrete se mai decidere di lanciarvi in questo romanzo fintamente thriller, vi lascio tutta la gioia della scoperta. 

Vi prego consigliatemi un bel thriller per riprendermi da questo.

Ai prossimi pensieri spelacchiati!

 

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Librando: #La notte eterna del coniglio

C’è un che di catartico nel leggere Delitto e Castigo con Adele in sottofondo. Certo, continuo a mangiarmi le mani per non essere riuscita ad accaparrarmi un biglietto per Verona nonostante le tre ore al computer ad aggiornare freneticamente la pagina, ma questa è un’altra triste storia.

In questo periodo di scarse letture ho finito “La notte eterna del coniglio” di Giacomo Gardumi, libro che aveva consigliato la meravigliosa PennyOnTheTube e che mi aveva intrigato per la trama:

“Un’inaspettata apocalisse distrugge la razza umana e trasforma la terra in un pianeta morto. Sopravvivono quattro piccoli nuclei familiari, rinchiusi in minirifugi atomici nella città di San Francisco. I superstiti possono comunicare tra loro grazie a un trasmettitore satellitare. Improvvisamente gli occupanti di uno dei rifugi cominciano a sentire dei colpi battuti sulla porta, come se qualcuno volesse entrare, benché la telecamera che inquadra la superficie riveli chiaramente che nessuno si è avvicinato. Gli avvenimenti misteriosi si moltiplicano, finché un «coniglio» rosa penetra nel rifugio e compie un orrendo massacro. Gli altri memebri del gruppo si rendono presto conto che il «coniglio» è solo all’inizio della sua missione di morte…”

Trovare libri con una trama originale ultimamente è un’impresa, spesso gli autori ricorrono a stessi stratagemmi narrativi o idee che bene o male sono trite e ritrite; Gardumi invece è riuscito a scervellarsi tanto da trovare un’idea vincente: una guerra nucleare, neanche troppo difficile da credere. Che la Korea abbia il missile facile in effetti si sa, e poi con Trump alle porte…

La claustrofobicità dei bunker traspare in maniera incredibilmente forte dalle pagine, l’ansia per l’imminente attacco di questa assurda creatura -un coniglio rosa, con tanto di vaporosa coda a pallino- è sempre più forte, i pensieri della protagonista rendono perfettamente la sensazione di crescente panico e la voglia di capire cosa diavolo stia succedendo è tanta.

Il coniglio killer, poi, è semplicemente terrificante. Quell’infernale bussare è agghiacciante tanto che a volte mi sembrava di sentirlo veramente. 

Il romanzo però come ogni cosa non è perfetto e per me i punti a sfavor sono principalmente tre:

  1. La protagonista. Penso sia volutamente insopportabile ma gli schiaffi a mano aperte non glieli leva nessuno.
  2. La prolissità. Certi punti sono uno schiaffo a noi lettori, nel senso che sono dolorosamente inutili e lunghi da leggere. Nei romanzi horror-thriller penso che il punto dovrebbe essere con poche parole sprigionare tutta l’inquietudine possibile, che invece si perde un po’ in descrizioni e paturnie troppo, troppo lunghe.
  3. Il finale e lo spiegone per fessi. Avete presente i libri “inglese for dummies”? Ecco. Le ultime pagine sono per dummies, ci spiega tutto per filo e per segno come se noi fossimo dei deficienti e non sapessimo unire i puntini. Che poi, sinceramente, in questo tipo di romanzo io preferisco quando non mi viene effettivamente detto tutto e anzi mi si lasci un po’ di mistero. 

Detto questo, è un libro che fa il suo sporco lavoro e incute angoscia tutto il tempo. Si sa che l’anticipazione è quasi più spaventosa degli eventi stessi e infatti è proprio l’attesa dell’arrivo del coniglio a far saltare i nervi ai protagonisti e anche a noi. 
Il libro funziona, funziona molto bene e si resta incollati alle pagine per capire cosa sia questo maledetto coniglio: un’entità quasi divina giunta a completare l’opera di distruzione che la guerra nucleare non aveva portato a termine? Un malvagio superstite disperso?

Bello, intrigante, con qualche pagina in meno di sproloqui sarebbe perfetto.

Sono contenta che a scrivere un libro del genere sia finalmente stato un italiano e sicuramente leggerò l’altro suo romanzo, “L’eredità di Bric”, appena possibile.

 

 

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Serialmente parlando: Penny Dreadful!

Una donna con una relazione straordinaria con il mondo dei demoni, un lupo mannaro, un vecchio con una figlia rapita dai vampiri e come se non bastasse Frankenstein e Dorian Grey.

Di cosa sto parlando?

Di Penny Dreadful, meravigliosa serie tv cominciata nel 2014 su Showtime, scritta e creata da John Logan (che ha scritto moltissimi film di successo, da “Il Gladiatore” a “Sweeney Todd”).

Descrivere questa serie scritta e diretta magistralmente è difficile.

Penny Dreadful è gotica, grottesca, a tratti horror ma comunque capace di trasmettere una dolcezza quasi dolorosa in più e più scene; l’amore, sempre presente nonostante tutto, di qualunque amore si tratti -non corrisposto, impossibile, a distanza- ma sempre infelice è ritratto con una delicatezza totale, soffice, dolce. 
Eppure a prevalere sono atmosfere lugubri, demoniache presenza da combattere e azione. 

Nella prima stagione infatti la poco allegra combriccola dovrà fronteggiare un nemico senza tempo: il capo dei vampiri e la sua immensa famiglia, rei di aver rapito la figlia del signor Malcolm, Mina, migliore amica di Vanessa Ives. A loro si aggiungeranno il Dottor Frankenstein -che intanto deve fronteggiare la sua coscienza dopo aver creato ed abbandonato la sua Creatura-, il signor Ethan, americano misterioso che dovrà difenderli e Sambene, il servitore africano del signor Malcolm.
Nel corso delle puntate facciamo conoscenza di un giovane aristocratico dalla pelle perfetta, modi perfetti e perfetti occhi azzurri. Elegante e cortese, con una casa enorme le cui pareti sono interamente tappezzate di ritratti, lo scopriamo essere Dorian Grey.

I personaggi sono sicuramente il punto forte della serie. Complessi, con luci molto luminose ed ombre molto, molto oscure, cercano di stare a galla in una vita che invece tenta di trascinarli a fondo; infelici cronici, incurabili forse, che non si arrendono nemmeno a Lucifero in persona.
Dialoghi incredibilmente forti si mischiano a momenti più leggeri creando questo mix da cui è impossibile staccarsi.

La fotografia è un’altro grande punto a favore del telefilm: mai banale riesce a trovare sempre spunti interessanti puntata dopo puntata, e l’attenzione ai dettagli fa sicuramente la differenza. Per quei cinquanta minuti noi spettatori siamo catapultati interamente nella Londra vittoriana, senza errori.

E poi le scene sono di un impatto visivo ed emotivo molto forte, sia nella prima che nella seconda stagione: il ballo insanguinato mi resterà nella mente per molto tempo.

Coloro a cui non è piaciuta sostengono che sia troppo lenta e noiosa. Che sia lenta, è lenta. Concordo. In dieci puntate si arriva a piccoli passi dove si deve arrivare, quindi se cercate una serie “tutto e subito” allora forse potrebbe non piacervi troppo. 

Una menzione d’onore per me va ad Eva Green che in questo ruolo è semplicemente magistrale. I suoi ringhi sono qualcosa di agghiacciante e spaventoso, la sua espressione quasi perennemente corrucciata fa trasparire tutta la complessità del suo personaggio e
quei rari sorrisi a viso disteso sono una boccata d’aria fresca dalla sensazione quasi oppressiva che talvolta si prova durante la visione. Deve vincere tutto. EVA GREEN FOR PRESIDENT.

Poi beh, che dire, Josh Hartnett e i suoi muscolazzi sono sempre un bel vedere, questo dovrebbe già farvi propendere verso la visione.

Insomma, se siete stufi di tutta l’accozzaglia Young Adult che ci propinano e cercate una serie ben fatta, ben recitata, ben qualunque cosa e non vi fate impressionare da sangue o vampiri inquietanti allora Penny Dreadful fa per voi!

Saluti spelacchiati!

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Cinemando: Bambini super creepy #Goodnight, Mommy.

Miiinghia.

Con la “g” da mafioso, che rende meglio.

E’ un horror? E’ un thriller psicologico? No, è Superman!
Chissà, aii posteri l’ardua sentenza! Io di certo di non entro nel vivo della questione -ho letto discussioni chilometriche riguardanti il genere di questo film- ma alla fine chissenefrega, no? E’ un film godibile, molto ben fatto e particolare, a metà tra vari generi, andate tutti in pace santo cielo.

Goodnight Mommy, film austriaco del 2014 diretto da Severine Fiala e Veronika Franz,
presentato al Festival di Venezia.

Due giovani gemelli confinati in un’isolata casa di campagna aspettano il ritorno della madre dopo un’operazione di chirurgia plastica. Una volta tornata, con tutto il viso ricoperto di bende, nulla è più come prima. I bambini cominciano a dubitare dell’identità della madre, che vedono diventare sempre più minacciosa. Uno sguardo destabilizzante e onirico su una famiglia divisa, destinata a un fine tragica.

Lukas ed Elias, gemelli omozigoti con un rapporto quasi simbiotico.
La madre, una donna di ritorno da un intervento di chirurgia plastica al viso.
Del padre non si sa nulla se non che ha deciso di divorziare, la casa è ovviamente enorme ed immersa nel nulla.
Scarafaggi in una teca.

La donna è una madre snaturata: fredda, autoritaria, che privilegia chiaramente Elias a discapito di Lukas per il quale non prepara neanche la cena e al quale non rivolge nemmeno la parola; Elias prova a chiederle perché si comporta così con suo fratello e lei risponde con un criptico”lo sai perché”.

Cos’avrà fatto questo povero ragazzino per meritarsi questo regime di silenzio stampa? 
E la madre perché ha ricorso alla chirurgia estetica su tutta la faccia, così che il volto sia completamente avvolto da bende?

Questa mamma strana, mummificata, non sembra nè si comporta più come la donna che era stata un tempo e i due bambini cominciano a mettere in dubbio la sua identità, arrivando a legarla al letto e torturarla per farle confessare cosa sia successo alla loro vera madre.

Ansia, gente, ansia. L’idea di ragazzini che schizzano e uccidono i genitori mi tormenta, il mio terrore dell’avere figli mi sa che mi ha influenzata durante la visione. Ho già detto “ansia”?

Coooomunque (letto ovviamente alla Franklin di “tutto in famiglia”) il film è lento, lento di quel lentume che piace a me e che annoia molti, quindi vedete voi. Per un sacco di tempo non succede molto, si arriva a piccoli passi al disastro dei venti minuti finali in cui succede un po’ di tutto, da colla super attack usata in maniera sinistra a grandi rivelazioni che ribaltano la storia. Perchè la madre è una stronza di prim’ordine… O forse ha ragione a comportarsi così?

Non è il film migliore che abbia mai visto ma ho passato 98 minuti piuttosto presa dal film e inquietata dai due marmocchietti pazzerelli, nel panorama simil-horror degli ultimi tempi (non che io ne abbia visti miliardi comunque, eh) è uno dei più godibili che mi sia capitato sotto gli occhi (e gli occhiali).

Ora spoilererò senza pietà alcuna il grande twist finale quindi andate avanti a vostro rischio e pericolo.

Diciamo che la grande rivelazione shock non è poi così grande e facilmente intuibile: Lukas non c’è più, morto in un incidente causato probabilmente da Elias e che ha sfigurato la madre.
Insomma questo stratagemma del “c’è ma non esiste” è già stato usato e riusato, lo trovi da Libraccio al 60% di sconto. Diciamo pure che ci si arriva abbastanza in fretta durante il film (e se l’ho capito io vuol dire che è proprio palese, trust me)

Però, c’è un però, stavolta lo trovo più giustificato di altre volte: il legame tra fratelli omozigoti si sa che è qualcosa di fortissimo e indissolubile quindi l’idea che lo shock della morte di Lukas abbia devastato la mente di Elias mi ha convinta nonostante l’idea non fosse la più originale del mondo.

Bello, lo farò sicuramente vedere alle mie amiche più patite di questo

Ah, in Italia da quanto ho capito non è stato distribuito quindi dovete cercarlo nel web e guardarvelo subbato. Ne vale la pena!

Saluti spelacchiati.

 

 

 

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Pagellando la MotoGP: Jerez

Visto che scrivere boiate sul mio sport preferito mi mancava parecchio torna il Pagellando, và.

Sabato alle qualifiche Rossi va così veloce che torna indietro nel tempo, uccide Hitler e poi torna al presente e si guadagna la pole, che di questi tempi è sempre più sfuggente. Dietro di lui si piazzano i soliti sospetti Marquez e Lorenzo e dietro chissà, potrebbe esserci chiunque.

 

Domenica si scatta dalla griglia di partenza con Jorge che parte ad cazzum di canum, Marquez che parte addirittura peggio di Lorenzo e Valentino che parte bene e si aggiudica la testa della corsa; Lorenzo lo infila in curva strombazzando il clacson immaginario ma Mr Rossi pensa testualmente “ma col cazzo” ovviamente con accento romagnolo e lo ripassa senza problemi.

Jorge incassa (e incazza) e se ne sta in seconda posizione per il resto della sua vita.

Intanto Pedrosa infila Marquez che poi infila Pedrosa e così via per un po’ finché Marc si stufa e si piazza terzo; dietro ci sono Pedrosa e il caro Dovi che sotto la tuta ha una decina di rosari, due collane di aglio per tenere lontani i vampiri, una boccetta di acqua santa e una mazza ferrata per accoppare chiunque si avvicini in modo sospetto alla sua moto. 

Davanti intanto c’è Rossi che -gomme in spalla- sta allungando verso l’infinito e oltre. Grazie alla regia per regalarci sempre la bellissima visione della vena del suo collo gonfia quanto un braccio di Chris Hemsworth. 

Ho visto puntate di Grey’s Anatomy iniziare così.

 

 

 

 

 

 

 

 

Non succede praticamente niente per un sacco di giri finché la moto di Dovizioso, sorpresa che nessuno l’abbia ancora sfatasciata, si suicida e Andrea deve ritirarsi. 

Non me la sento di dire niente a parte MA CAZZO. E io che pensavo che Pedrosa fosse sfigato…

Intanto Lorenzo quatto quatto riduce lo svantaggio che ha da Rossi (circa un anno luce) ma appena Valentino si accorge che una Yamaha nemica è in avvicinamento rapido decide di squagliarsela a gambe levate come se ad inseguirlo ci fosse il Fisco.

Non succede più nulla per il resto della gara e Valentino vince con un distacco di diecimila milioni di minuti. Jorge arriva scazzato come solo lui sa essere, Marc ridacchia come sempre e di Dovi nessuna notizia, spero che qualcuno gli abbia impedito di mollare tutto e andare ad allevare capre sui monti. 

 

Vafortino Rossi: 10
Sberequeck, come direbbe Paperino. Già dalle qualifiche si era capito che sarebbe stato un osso duro, il vecchietto, e infatti in gara vola come se lui e la M1 avessero bevuto RedBull.
“Il martello lo lascio a Lorenzo” e meno male perché se lo tenevi tu cosa facevi, doppiavi tutti tre volte?

Una pecca? Io la smetterei di alimentare le polemiche dello scorso anno, i fan hanno già rotto le palle di tutti quanti con questa storia. 

Jorge “lasciatemi sfogaaaare” Lorenzo: voto mah!
Lorenzino mio, take it easy. Sei arrivato secondo, hai preso una fracca di punti comunque, goditi lo champagne e comincia a pensare a come spendere venti milioni l’anno prossimo. 

Marc “oh regà non c’ho sbatti” Marquez: 8
“Eh nakamoto ha detto che se avessi fatto una pirlata delle mie mi avrebbe fracassato la testa contro la moto quindi sono stato zitto e buono alla mia terza piazza.”
Vedi che con le minacce si ottiene tutto? Bravo Marc che una volta tanto ha agito da persona che vuole vincere un mondiale e non come un kamikaze. 

Andrea “Stoner, arrivo” Dovizioso: 20.
Gli do 20 perché è la terza volta che si becca zerella ma è stoico e a parte il ragionevole giramento di balls la prende con filosofia e continua a ribadire che la Ducati va forte. Se solo la vita non ce l’avesse con lui…

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Librando: Me Before You

Qualche settimana fa una mia amica mi ha mandato il link di un film con due attori che mi piacciono molto, uno è Sam Claflin (Finnik in Hunger Games, ? in Posh) l’altra è Emilia Clarke (la grandiosa Daenerys Targarien, La Nata dalla Tempesta, La Non Bruciata e tutto il resto). Il trailer in questione è quello di “me before you”, che già dall’inizio si preannunciava come il tipico film non da me e che se non fosse stato per gli attori non credo avrei mai voluto vedere. Insomma, sono una donnicciuola dal cuore di fangirl anche io.

❤ belliniiiiiiiii

Ad un mercatino dell’usato però in un cesto di libri ad un euro c’era lui, in inglese, e ho deciso di provare a leggerlo sia per vedere se avrei cambiato idea su questo nuovo filone di romanzi tragici sia per mettere alla prova il mio inglese in vista della sessione di esami di giugno (sparatemi, grazie).

Uscire dalla mia comfort zone di classici è stata una bella esperienza tutto sommato, leggere in inglese è stato molto più facile di quanto mi fossi aspettata e il libro non mi ha annoiata o fatto roteare gli occhi più di tanto.

Sarà che è una tematica che conosco un po’ anche io, quella delle persone affette da gravi disabilità quindi ero un po’ più vulnerabile.

Trama:
A ventisei anni, Louisa Clark sa tante cose. Sa esattamente quanti passi ci sono tra la fermata dell’autobus e casa sua. Sa che le piace fare la cameriera in un locale senza troppe pretese nella piccola località turistica dove è nata e da cui non si è mai mossa, e probabilmente, nel profondo del suo cuore, sa anche di non essere davvero innamorata di Patrick, il ragazzo con cui è fidanzata da quasi sette anni. Quello che invece ignora è che sta per perdere il lavoro e che, per la prima volta, tutte le sue certezze saranno messe in discussione. A trentacinque anni, Will Traynor sa che il terribile incidente di cui è rimasto vittima gli ha tolto la voglia di vivere. Sa che niente può più essere come prima, e sa esattamente come porre fine a questa sofferenza. Quello che invece ignora è che Lou sta per irrompere prepotentemente nella sua vita portando con sé un’esplosione di giovinezza, stravaganza e abiti variopinti. E nessuno dei due sa che sta per cambiare l’altro per sempre. “Io prima di te” è la storia di un incontro. L’incontro fra una ragazza che ha scelto di vivere in un mondo piccolo, sicuro, senza sorprese e senza rischi, e un uomo che ha conosciuto successo, la ricchezza e la felicità, e all’improvviso li ha visti dissolversi, ritrovandosi inchiodato su una sedia a rotelle. Due persone profondamente diverse, che imparano a conoscersi senza però rinunciare a se stesse, insegnando l’una all’altra a mettersi in gioco.

Visto il successo clamoroso mi aspettavo un romanzo ben scritto e coinvolgente e non sono stata delusa. Il rapporto che instaurano i due è sincero e a tratti emozionante: lui all’inizio è odioso, indisponente, la tratta male e risponde in maniera insopportabile a tutto e tutti e solo lei riuscirà a far breccia nella corazza di quell’uomo ormai stufo della vita. Louisa infatti sarà l’unica o quasi a non trattarlo come un invalido ma come una persona, a far tornare colori e risate nella grande casa dei Trainor e a dare a Will una nuova vita.

Allo stesso tempo Will aiuta Louisa a sbloccarsi dal quella specie di prigionia che Clark si è quasi autoimposta, diventando l’unico al mondo a parte la sorella a cui Louisa racconterà quale terribile evento l’ha portata a diventare la ragazza che è ora a ventisei anni. I suoi vestiti super colorati e bizzarri sono veramente solo frutto del suo gusto personale? La sua vita in quella piccola città le piace davvero o ha solo paura di osare?

 Non è un pilastro della letteratura, questo assolutamente no, ma è una lettura piacevole e scorrevole, soprattutto la prima parte. La seconda metà mi è sembrata un po’ al limite ma il romanzo scorre comunque e la voglia di scoprire se Will andrà fino in fondo è tanta.

Questo libro bene o male fa riflettere: quanto potere decisionale abbiamo sulla nostra vita? E sulla nostra morte? E’ giusto poter scegliere come e quando morire o è solo un tentativo di emulare Dio? La vita vale sempre la pena di essere vissuta o c’è un limite a tutto, per tutti?

Per quanto riguarda le mie esperienze, ho conosciuto e conosco solo persone che combattono come leoni fino alla fine, o persone che darebbero qualunque cosa per avere più tempo ma la decisione di Will è comunque comprensibile ai miei occhi.
Sono una persona che difende la libertà di scelta in ogni campo e in ogni situazione quindi non sentirete cose tipo “oooh marcirà all’inferno perchè ha commesso un peccato”. Quisquilie, gente, siamo esseri razionali. Io stessa se dovessi tentare di immaginarmi in una simile situazione sono sicura che vaglierei ogni possibilità, anche quella di porre fine a tutto.

Una cosa che non mi è piaciuta e che non mi piace mai in nessun caso è quando è il fidanzato odioso di turno a prendere le decisioni, quella di lasciarsi inclusa. Se ci pensate è quasi sempre così, la donzella vuole aggrapparsi al ragazzo storico in ogni modo. Perchè? Perché le protagoniste non possono tirare fuori le palle di dire “basta chiudiamola qui” quando è chiaro che è quello che desiderano?

In ogni caso è una lettura tutto sommato “leggera”, anche il finale è soddisfacente e in effetti l’unico finale possibile.

Ah, se non lo sapete c’è anche il seguito di questo libro, “After you” -“Dopo di te” in italiano-sempre di Jojo Moyes, ma per ora non sono intenzionata a leggerlo. Non mi sembra necessario un sequel di Me Before You quindi per ora mi tengo questo finale che mi è piaciuto molto e che ho paura di rovinarmi con il secondo libro.

E voi l’avete letto? Cosa ne pensate? Avete piagnucolato come mammolette (e come me in certi momenti) leggendolo?
Ora che ho finito con questo romanzino moderno tornerò alla mia Irène Némirovsky che mi aspetta sul comodino con una tazza di thè.

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