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Librando: #Una famiglia quasi perfetta. Ovvero una famiglia di dementi.

Mea culpa, a sto giro ho cannato. Ho sbagliato in pieno.
Non avendo voglia di stare lì a leggermi diecimila recensioni mi sono fidata del passaparola e ho comprato “Una famiglia quasi perfetta“, primo romanzo di Shemilt Jane.

Trama:
Jenny è un medico, sposata con un famoso neurochirurgo e madre di tre adolescenti. Ma quando la figlia quindicenne, Naomi, non fa ritorno a casa dopo scuola, la vita perfetta che Jenny credeva di essersi costruita va in pezzi. Le autorità lanciano l’allarme e parte una campagna nazionale per cercare la ragazza, ma senza successo. I mesi passano e le ipotesi peggiori diventano sempre più plausibili, ma in mancanza di indizi significativi l’attenzione sul caso si affievolisce. Jenny però non si arrende. A un anno dalla sparizione della figlia, sta ancora cercando la verità. Presto capisce che le persone di cui si fidava nascondono terribili segreti, Naomi per prima. Seguendo le flebili tracce che la ragazza ha lasciato dietro di sé, Jenny si accorgerà che sua figlia è molto diversa dalla ragazza che pensava di aver cresciuto…

*prende un respiro profondo*

Questo libro non mi è piaciuto. Non mi è piaciuto per niente.

Io ve lo dico, a un certo punto spoilererò senza pietà, alla Christian Grey, perché devo farvi capire la demenza che si raggiunge, ma non dirò nulla del finale. Quello dovete gustarvelo.

Jenny è una donna, una mamma, un medico. Carriera e famiglia possono coesistere? 
Forse.
In linea di massima sì a meno che non si è dei totali cretini come la protagonista di questo romanzo. Jenny infatti è astuta come una volpe e attenta come un falco, tanto che non ha la minimissima idea di cosa accada sotto al suo tetto ma vive nell’idea che sia tutto perfetto come piacerebbe a lei.

Non si accorge che il marito neurochirurgo non è mai dove dice di essere, che gli sbalzi d’umore del figlio non sono solo frutto “dell’adolescenza”, che dietro l’atteggiamento della figlia si nasconde un possibile addio.

Quello che mi ha reso insopportabilmente fastidioso il romanzo è la chiarezza con la quale viene mostrato che qualcosa non va, rendendo la nostra dottoressa una vera tonta.
Lei liquida comportamenti palesemente strani con frasi tipo “dev’essere la stanchezza per le prove, sicuramente” o “di questo dobbiamo parlare… ma aspetterò che lo faccia lei per prima, per non starle addosso“. Ma scherziamo? Hai dei figli adolescenti e tu “aspetti che siano loro” a parlarne? 

Naomi torna a casa puzzando di fumo e di alcol, mente a riguardo e lei “dobbiamo assolutamente parlarne”. E poi si distrae, segue una farfalla, guarda fuori e si lancia in pipponi amletici.

Il problema è che questo personaggio non è nè una mamma apprensiva e “mammesca” nè una che se ne strafrega perché è impegnata con il lavoro: è nella posizione più strana e più scomoda in cui un personaggio così può stare, cioè nel mezzo: un’idiota che fa finta di essere mamma e che fa pure male il suo lavoro.

Tra le varie recensioni che ho letto (dopo) molti dicono che questo romanzo è una vera istantanea della vita “moderna” in cui le donne si perdono il senso della vita cioè crescere i figli.

Cercherò di non essere volgare e non mandare tutti a fare in cielo.

No.
Il senso della vita non è sposarsi, non è fare figli, non è universale per tutti. Piazziamocelo in testa: persone diverse = ambizioni diverse.

Questa donna, poraccia, ha tutto il diritto di farsi una carriera. Quello che non ha il diritto di fare in quanto nel momento in cui metti al mondo una creatura diventa tuo obbligo assumerti responsabilità nei suoi confronti è scrollare le spalle davanti ad ogni cosa.

Poi volete dirmi che in un anno gli insegnanti non vedono mai i genitori di questi ragazzi? Che non vengono informati delle attività extrascolastiche? Che nessun docente si prende la briga di avvertire i docenti se uno chiede come si fa a mollare la scuola?
Ma per favore.

Altro personaggio altra demenza è il marito, Ted. Ted, un personaggio messo a caso. Lui è lì, c’è, parla pure eh, ma è inutile. Un inetto. Lui però almeno ha la scusa che viaggia: un giorno è a Hong Kong, un altro in Australia, se ne va per i suoi convegni e bye bye family. 

Per non parlare dell’investigatore-tutto-fare Michael, uno che dovrebbe avere un po’ di sale in zucca e che segue le regole ligio al dovere ma che poi manda tutto a prostitute raccontando ogni dettaglio a Jenny “così se per caso quelli della televisione riuscissero a scoprire qualcosa di super top secret delle indagini non rimani traumatizzata”.
Certo, funziona proprio così. Ah-ah. Dì tutto ad una madre che sta impazzendo per la scomparsa della figlia, complimentoni, poi prendi un sasso e colpisciti da solo finché non svieni magari.

E poi parliamo di ‘sta ragazza. ‘Sta tipella. Una capra.
Quindici anni, un atteggiamento da schiaffi a mano aperta. Quasi ero felice che fosse scomparsa. 
Se io alla sua età mi fossi comportata come lei i miei mi avrebbero appesa per i pollici. 

Per non parlare di quell’altro, Ed, il più poraccio di tutti che ancora un po’ che si droga ci muore e nessuno se ne accorge. 

Per farvi un esempio a caso, ad un certo punto c’è Jenny che si accorge che sul comodino di Ed c’è una mazzetta di soldi, tipo tre-quattrocento sterline e il suo primo pensiero da superpirla quale è è stato “oh che tenero, si sente in colpa per la sorella e vuole ripagarci”.
COSA STAI DICENDO, DONNA? Ma che bip di ragionamento è? Ma questa donna ci è o ci fa? 
E poi va dal marito dicendo “senti smettila di spillare soldi ai ragazzi come una banca, eh” e quando lui le dice che non gli ha dato un soldo bucato lei pensa “ah, avrà risparmiato”.

Hai capito tutto, Jenny, bravissima.

Se poi vi aspettate, come me, che almeno il finale sollevi un po’ la cosa… Non è affatto così. E’ uno dei finali più orrendi che abbia mai letto. Non vi spoilero il finale così ve lo godrete se mai decidere di lanciarvi in questo romanzo fintamente thriller, vi lascio tutta la gioia della scoperta. 

Vi prego consigliatemi un bel thriller per riprendermi da questo.

Ai prossimi pensieri spelacchiati!

 

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Librando: #La notte eterna del coniglio

C’è un che di catartico nel leggere Delitto e Castigo con Adele in sottofondo. Certo, continuo a mangiarmi le mani per non essere riuscita ad accaparrarmi un biglietto per Verona nonostante le tre ore al computer ad aggiornare freneticamente la pagina, ma questa è un’altra triste storia.

In questo periodo di scarse letture ho finito “La notte eterna del coniglio” di Giacomo Gardumi, libro che aveva consigliato la meravigliosa PennyOnTheTube e che mi aveva intrigato per la trama:

“Un’inaspettata apocalisse distrugge la razza umana e trasforma la terra in un pianeta morto. Sopravvivono quattro piccoli nuclei familiari, rinchiusi in minirifugi atomici nella città di San Francisco. I superstiti possono comunicare tra loro grazie a un trasmettitore satellitare. Improvvisamente gli occupanti di uno dei rifugi cominciano a sentire dei colpi battuti sulla porta, come se qualcuno volesse entrare, benché la telecamera che inquadra la superficie riveli chiaramente che nessuno si è avvicinato. Gli avvenimenti misteriosi si moltiplicano, finché un «coniglio» rosa penetra nel rifugio e compie un orrendo massacro. Gli altri memebri del gruppo si rendono presto conto che il «coniglio» è solo all’inizio della sua missione di morte…”

Trovare libri con una trama originale ultimamente è un’impresa, spesso gli autori ricorrono a stessi stratagemmi narrativi o idee che bene o male sono trite e ritrite; Gardumi invece è riuscito a scervellarsi tanto da trovare un’idea vincente: una guerra nucleare, neanche troppo difficile da credere. Che la Korea abbia il missile facile in effetti si sa, e poi con Trump alle porte…

La claustrofobicità dei bunker traspare in maniera incredibilmente forte dalle pagine, l’ansia per l’imminente attacco di questa assurda creatura -un coniglio rosa, con tanto di vaporosa coda a pallino- è sempre più forte, i pensieri della protagonista rendono perfettamente la sensazione di crescente panico e la voglia di capire cosa diavolo stia succedendo è tanta.

Il coniglio killer, poi, è semplicemente terrificante. Quell’infernale bussare è agghiacciante tanto che a volte mi sembrava di sentirlo veramente. 

Il romanzo però come ogni cosa non è perfetto e per me i punti a sfavor sono principalmente tre:

  1. La protagonista. Penso sia volutamente insopportabile ma gli schiaffi a mano aperte non glieli leva nessuno.
  2. La prolissità. Certi punti sono uno schiaffo a noi lettori, nel senso che sono dolorosamente inutili e lunghi da leggere. Nei romanzi horror-thriller penso che il punto dovrebbe essere con poche parole sprigionare tutta l’inquietudine possibile, che invece si perde un po’ in descrizioni e paturnie troppo, troppo lunghe.
  3. Il finale e lo spiegone per fessi. Avete presente i libri “inglese for dummies”? Ecco. Le ultime pagine sono per dummies, ci spiega tutto per filo e per segno come se noi fossimo dei deficienti e non sapessimo unire i puntini. Che poi, sinceramente, in questo tipo di romanzo io preferisco quando non mi viene effettivamente detto tutto e anzi mi si lasci un po’ di mistero. 

Detto questo, è un libro che fa il suo sporco lavoro e incute angoscia tutto il tempo. Si sa che l’anticipazione è quasi più spaventosa degli eventi stessi e infatti è proprio l’attesa dell’arrivo del coniglio a far saltare i nervi ai protagonisti e anche a noi. 
Il libro funziona, funziona molto bene e si resta incollati alle pagine per capire cosa sia questo maledetto coniglio: un’entità quasi divina giunta a completare l’opera di distruzione che la guerra nucleare non aveva portato a termine? Un malvagio superstite disperso?

Bello, intrigante, con qualche pagina in meno di sproloqui sarebbe perfetto.

Sono contenta che a scrivere un libro del genere sia finalmente stato un italiano e sicuramente leggerò l’altro suo romanzo, “L’eredità di Bric”, appena possibile.

 

 

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Serialmente parlando: Penny Dreadful!

Una donna con una relazione straordinaria con il mondo dei demoni, un lupo mannaro, un vecchio con una figlia rapita dai vampiri e come se non bastasse Frankenstein e Dorian Grey.

Di cosa sto parlando?

Di Penny Dreadful, meravigliosa serie tv cominciata nel 2014 su Showtime, scritta e creata da John Logan (che ha scritto moltissimi film di successo, da “Il Gladiatore” a “Sweeney Todd”).

Descrivere questa serie scritta e diretta magistralmente è difficile.

Penny Dreadful è gotica, grottesca, a tratti horror ma comunque capace di trasmettere una dolcezza quasi dolorosa in più e più scene; l’amore, sempre presente nonostante tutto, di qualunque amore si tratti -non corrisposto, impossibile, a distanza- ma sempre infelice è ritratto con una delicatezza totale, soffice, dolce. 
Eppure a prevalere sono atmosfere lugubri, demoniache presenza da combattere e azione. 

Nella prima stagione infatti la poco allegra combriccola dovrà fronteggiare un nemico senza tempo: il capo dei vampiri e la sua immensa famiglia, rei di aver rapito la figlia del signor Malcolm, Mina, migliore amica di Vanessa Ives. A loro si aggiungeranno il Dottor Frankenstein -che intanto deve fronteggiare la sua coscienza dopo aver creato ed abbandonato la sua Creatura-, il signor Ethan, americano misterioso che dovrà difenderli e Sambene, il servitore africano del signor Malcolm.
Nel corso delle puntate facciamo conoscenza di un giovane aristocratico dalla pelle perfetta, modi perfetti e perfetti occhi azzurri. Elegante e cortese, con una casa enorme le cui pareti sono interamente tappezzate di ritratti, lo scopriamo essere Dorian Grey.

I personaggi sono sicuramente il punto forte della serie. Complessi, con luci molto luminose ed ombre molto, molto oscure, cercano di stare a galla in una vita che invece tenta di trascinarli a fondo; infelici cronici, incurabili forse, che non si arrendono nemmeno a Lucifero in persona.
Dialoghi incredibilmente forti si mischiano a momenti più leggeri creando questo mix da cui è impossibile staccarsi.

La fotografia è un’altro grande punto a favore del telefilm: mai banale riesce a trovare sempre spunti interessanti puntata dopo puntata, e l’attenzione ai dettagli fa sicuramente la differenza. Per quei cinquanta minuti noi spettatori siamo catapultati interamente nella Londra vittoriana, senza errori.

E poi le scene sono di un impatto visivo ed emotivo molto forte, sia nella prima che nella seconda stagione: il ballo insanguinato mi resterà nella mente per molto tempo.

Coloro a cui non è piaciuta sostengono che sia troppo lenta e noiosa. Che sia lenta, è lenta. Concordo. In dieci puntate si arriva a piccoli passi dove si deve arrivare, quindi se cercate una serie “tutto e subito” allora forse potrebbe non piacervi troppo. 

Una menzione d’onore per me va ad Eva Green che in questo ruolo è semplicemente magistrale. I suoi ringhi sono qualcosa di agghiacciante e spaventoso, la sua espressione quasi perennemente corrucciata fa trasparire tutta la complessità del suo personaggio e
quei rari sorrisi a viso disteso sono una boccata d’aria fresca dalla sensazione quasi oppressiva che talvolta si prova durante la visione. Deve vincere tutto. EVA GREEN FOR PRESIDENT.

Poi beh, che dire, Josh Hartnett e i suoi muscolazzi sono sempre un bel vedere, questo dovrebbe già farvi propendere verso la visione.

Insomma, se siete stufi di tutta l’accozzaglia Young Adult che ci propinano e cercate una serie ben fatta, ben recitata, ben qualunque cosa e non vi fate impressionare da sangue o vampiri inquietanti allora Penny Dreadful fa per voi!

Saluti spelacchiati!

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Cinemando: Bambini super creepy #Goodnight, Mommy.

Miiinghia.

Con la “g” da mafioso, che rende meglio.

E’ un horror? E’ un thriller psicologico? No, è Superman!
Chissà, aii posteri l’ardua sentenza! Io di certo di non entro nel vivo della questione -ho letto discussioni chilometriche riguardanti il genere di questo film- ma alla fine chissenefrega, no? E’ un film godibile, molto ben fatto e particolare, a metà tra vari generi, andate tutti in pace santo cielo.

Goodnight Mommy, film austriaco del 2014 diretto da Severine Fiala e Veronika Franz,
presentato al Festival di Venezia.

Due giovani gemelli confinati in un’isolata casa di campagna aspettano il ritorno della madre dopo un’operazione di chirurgia plastica. Una volta tornata, con tutto il viso ricoperto di bende, nulla è più come prima. I bambini cominciano a dubitare dell’identità della madre, che vedono diventare sempre più minacciosa. Uno sguardo destabilizzante e onirico su una famiglia divisa, destinata a un fine tragica.

Lukas ed Elias, gemelli omozigoti con un rapporto quasi simbiotico.
La madre, una donna di ritorno da un intervento di chirurgia plastica al viso.
Del padre non si sa nulla se non che ha deciso di divorziare, la casa è ovviamente enorme ed immersa nel nulla.
Scarafaggi in una teca.

La donna è una madre snaturata: fredda, autoritaria, che privilegia chiaramente Elias a discapito di Lukas per il quale non prepara neanche la cena e al quale non rivolge nemmeno la parola; Elias prova a chiederle perché si comporta così con suo fratello e lei risponde con un criptico”lo sai perché”.

Cos’avrà fatto questo povero ragazzino per meritarsi questo regime di silenzio stampa? 
E la madre perché ha ricorso alla chirurgia estetica su tutta la faccia, così che il volto sia completamente avvolto da bende?

Questa mamma strana, mummificata, non sembra nè si comporta più come la donna che era stata un tempo e i due bambini cominciano a mettere in dubbio la sua identità, arrivando a legarla al letto e torturarla per farle confessare cosa sia successo alla loro vera madre.

Ansia, gente, ansia. L’idea di ragazzini che schizzano e uccidono i genitori mi tormenta, il mio terrore dell’avere figli mi sa che mi ha influenzata durante la visione. Ho già detto “ansia”?

Coooomunque (letto ovviamente alla Franklin di “tutto in famiglia”) il film è lento, lento di quel lentume che piace a me e che annoia molti, quindi vedete voi. Per un sacco di tempo non succede molto, si arriva a piccoli passi al disastro dei venti minuti finali in cui succede un po’ di tutto, da colla super attack usata in maniera sinistra a grandi rivelazioni che ribaltano la storia. Perchè la madre è una stronza di prim’ordine… O forse ha ragione a comportarsi così?

Non è il film migliore che abbia mai visto ma ho passato 98 minuti piuttosto presa dal film e inquietata dai due marmocchietti pazzerelli, nel panorama simil-horror degli ultimi tempi (non che io ne abbia visti miliardi comunque, eh) è uno dei più godibili che mi sia capitato sotto gli occhi (e gli occhiali).

Ora spoilererò senza pietà alcuna il grande twist finale quindi andate avanti a vostro rischio e pericolo.

Diciamo che la grande rivelazione shock non è poi così grande e facilmente intuibile: Lukas non c’è più, morto in un incidente causato probabilmente da Elias e che ha sfigurato la madre.
Insomma questo stratagemma del “c’è ma non esiste” è già stato usato e riusato, lo trovi da Libraccio al 60% di sconto. Diciamo pure che ci si arriva abbastanza in fretta durante il film (e se l’ho capito io vuol dire che è proprio palese, trust me)

Però, c’è un però, stavolta lo trovo più giustificato di altre volte: il legame tra fratelli omozigoti si sa che è qualcosa di fortissimo e indissolubile quindi l’idea che lo shock della morte di Lukas abbia devastato la mente di Elias mi ha convinta nonostante l’idea non fosse la più originale del mondo.

Bello, lo farò sicuramente vedere alle mie amiche più patite di questo

Ah, in Italia da quanto ho capito non è stato distribuito quindi dovete cercarlo nel web e guardarvelo subbato. Ne vale la pena!

Saluti spelacchiati.

 

 

 

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Pagellando la MotoGP: Jerez

Visto che scrivere boiate sul mio sport preferito mi mancava parecchio torna il Pagellando, và.

Sabato alle qualifiche Rossi va così veloce che torna indietro nel tempo, uccide Hitler e poi torna al presente e si guadagna la pole, che di questi tempi è sempre più sfuggente. Dietro di lui si piazzano i soliti sospetti Marquez e Lorenzo e dietro chissà, potrebbe esserci chiunque.

 

Domenica si scatta dalla griglia di partenza con Jorge che parte ad cazzum di canum, Marquez che parte addirittura peggio di Lorenzo e Valentino che parte bene e si aggiudica la testa della corsa; Lorenzo lo infila in curva strombazzando il clacson immaginario ma Mr Rossi pensa testualmente “ma col cazzo” ovviamente con accento romagnolo e lo ripassa senza problemi.

Jorge incassa (e incazza) e se ne sta in seconda posizione per il resto della sua vita.

Intanto Pedrosa infila Marquez che poi infila Pedrosa e così via per un po’ finché Marc si stufa e si piazza terzo; dietro ci sono Pedrosa e il caro Dovi che sotto la tuta ha una decina di rosari, due collane di aglio per tenere lontani i vampiri, una boccetta di acqua santa e una mazza ferrata per accoppare chiunque si avvicini in modo sospetto alla sua moto. 

Davanti intanto c’è Rossi che -gomme in spalla- sta allungando verso l’infinito e oltre. Grazie alla regia per regalarci sempre la bellissima visione della vena del suo collo gonfia quanto un braccio di Chris Hemsworth. 

Ho visto puntate di Grey’s Anatomy iniziare così.

 

 

 

 

 

 

 

 

Non succede praticamente niente per un sacco di giri finché la moto di Dovizioso, sorpresa che nessuno l’abbia ancora sfatasciata, si suicida e Andrea deve ritirarsi. 

Non me la sento di dire niente a parte MA CAZZO. E io che pensavo che Pedrosa fosse sfigato…

Intanto Lorenzo quatto quatto riduce lo svantaggio che ha da Rossi (circa un anno luce) ma appena Valentino si accorge che una Yamaha nemica è in avvicinamento rapido decide di squagliarsela a gambe levate come se ad inseguirlo ci fosse il Fisco.

Non succede più nulla per il resto della gara e Valentino vince con un distacco di diecimila milioni di minuti. Jorge arriva scazzato come solo lui sa essere, Marc ridacchia come sempre e di Dovi nessuna notizia, spero che qualcuno gli abbia impedito di mollare tutto e andare ad allevare capre sui monti. 

 

Vafortino Rossi: 10
Sberequeck, come direbbe Paperino. Già dalle qualifiche si era capito che sarebbe stato un osso duro, il vecchietto, e infatti in gara vola come se lui e la M1 avessero bevuto RedBull.
“Il martello lo lascio a Lorenzo” e meno male perché se lo tenevi tu cosa facevi, doppiavi tutti tre volte?

Una pecca? Io la smetterei di alimentare le polemiche dello scorso anno, i fan hanno già rotto le palle di tutti quanti con questa storia. 

Jorge “lasciatemi sfogaaaare” Lorenzo: voto mah!
Lorenzino mio, take it easy. Sei arrivato secondo, hai preso una fracca di punti comunque, goditi lo champagne e comincia a pensare a come spendere venti milioni l’anno prossimo. 

Marc “oh regà non c’ho sbatti” Marquez: 8
“Eh nakamoto ha detto che se avessi fatto una pirlata delle mie mi avrebbe fracassato la testa contro la moto quindi sono stato zitto e buono alla mia terza piazza.”
Vedi che con le minacce si ottiene tutto? Bravo Marc che una volta tanto ha agito da persona che vuole vincere un mondiale e non come un kamikaze. 

Andrea “Stoner, arrivo” Dovizioso: 20.
Gli do 20 perché è la terza volta che si becca zerella ma è stoico e a parte il ragionevole giramento di balls la prende con filosofia e continua a ribadire che la Ducati va forte. Se solo la vita non ce l’avesse con lui…

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Librando: Me Before You

Qualche settimana fa una mia amica mi ha mandato il link di un film con due attori che mi piacciono molto, uno è Sam Claflin (Finnik in Hunger Games, ? in Posh) l’altra è Emilia Clarke (la grandiosa Daenerys Targarien, La Nata dalla Tempesta, La Non Bruciata e tutto il resto). Il trailer in questione è quello di “me before you”, che già dall’inizio si preannunciava come il tipico film non da me e che se non fosse stato per gli attori non credo avrei mai voluto vedere. Insomma, sono una donnicciuola dal cuore di fangirl anche io.

❤ belliniiiiiiiii

Ad un mercatino dell’usato però in un cesto di libri ad un euro c’era lui, in inglese, e ho deciso di provare a leggerlo sia per vedere se avrei cambiato idea su questo nuovo filone di romanzi tragici sia per mettere alla prova il mio inglese in vista della sessione di esami di giugno (sparatemi, grazie).

Uscire dalla mia comfort zone di classici è stata una bella esperienza tutto sommato, leggere in inglese è stato molto più facile di quanto mi fossi aspettata e il libro non mi ha annoiata o fatto roteare gli occhi più di tanto.

Sarà che è una tematica che conosco un po’ anche io, quella delle persone affette da gravi disabilità quindi ero un po’ più vulnerabile.

Trama:
A ventisei anni, Louisa Clark sa tante cose. Sa esattamente quanti passi ci sono tra la fermata dell’autobus e casa sua. Sa che le piace fare la cameriera in un locale senza troppe pretese nella piccola località turistica dove è nata e da cui non si è mai mossa, e probabilmente, nel profondo del suo cuore, sa anche di non essere davvero innamorata di Patrick, il ragazzo con cui è fidanzata da quasi sette anni. Quello che invece ignora è che sta per perdere il lavoro e che, per la prima volta, tutte le sue certezze saranno messe in discussione. A trentacinque anni, Will Traynor sa che il terribile incidente di cui è rimasto vittima gli ha tolto la voglia di vivere. Sa che niente può più essere come prima, e sa esattamente come porre fine a questa sofferenza. Quello che invece ignora è che Lou sta per irrompere prepotentemente nella sua vita portando con sé un’esplosione di giovinezza, stravaganza e abiti variopinti. E nessuno dei due sa che sta per cambiare l’altro per sempre. “Io prima di te” è la storia di un incontro. L’incontro fra una ragazza che ha scelto di vivere in un mondo piccolo, sicuro, senza sorprese e senza rischi, e un uomo che ha conosciuto successo, la ricchezza e la felicità, e all’improvviso li ha visti dissolversi, ritrovandosi inchiodato su una sedia a rotelle. Due persone profondamente diverse, che imparano a conoscersi senza però rinunciare a se stesse, insegnando l’una all’altra a mettersi in gioco.

Visto il successo clamoroso mi aspettavo un romanzo ben scritto e coinvolgente e non sono stata delusa. Il rapporto che instaurano i due è sincero e a tratti emozionante: lui all’inizio è odioso, indisponente, la tratta male e risponde in maniera insopportabile a tutto e tutti e solo lei riuscirà a far breccia nella corazza di quell’uomo ormai stufo della vita. Louisa infatti sarà l’unica o quasi a non trattarlo come un invalido ma come una persona, a far tornare colori e risate nella grande casa dei Trainor e a dare a Will una nuova vita.

Allo stesso tempo Will aiuta Louisa a sbloccarsi dal quella specie di prigionia che Clark si è quasi autoimposta, diventando l’unico al mondo a parte la sorella a cui Louisa racconterà quale terribile evento l’ha portata a diventare la ragazza che è ora a ventisei anni. I suoi vestiti super colorati e bizzarri sono veramente solo frutto del suo gusto personale? La sua vita in quella piccola città le piace davvero o ha solo paura di osare?

 Non è un pilastro della letteratura, questo assolutamente no, ma è una lettura piacevole e scorrevole, soprattutto la prima parte. La seconda metà mi è sembrata un po’ al limite ma il romanzo scorre comunque e la voglia di scoprire se Will andrà fino in fondo è tanta.

Questo libro bene o male fa riflettere: quanto potere decisionale abbiamo sulla nostra vita? E sulla nostra morte? E’ giusto poter scegliere come e quando morire o è solo un tentativo di emulare Dio? La vita vale sempre la pena di essere vissuta o c’è un limite a tutto, per tutti?

Per quanto riguarda le mie esperienze, ho conosciuto e conosco solo persone che combattono come leoni fino alla fine, o persone che darebbero qualunque cosa per avere più tempo ma la decisione di Will è comunque comprensibile ai miei occhi.
Sono una persona che difende la libertà di scelta in ogni campo e in ogni situazione quindi non sentirete cose tipo “oooh marcirà all’inferno perchè ha commesso un peccato”. Quisquilie, gente, siamo esseri razionali. Io stessa se dovessi tentare di immaginarmi in una simile situazione sono sicura che vaglierei ogni possibilità, anche quella di porre fine a tutto.

Una cosa che non mi è piaciuta e che non mi piace mai in nessun caso è quando è il fidanzato odioso di turno a prendere le decisioni, quella di lasciarsi inclusa. Se ci pensate è quasi sempre così, la donzella vuole aggrapparsi al ragazzo storico in ogni modo. Perchè? Perché le protagoniste non possono tirare fuori le palle di dire “basta chiudiamola qui” quando è chiaro che è quello che desiderano?

In ogni caso è una lettura tutto sommato “leggera”, anche il finale è soddisfacente e in effetti l’unico finale possibile.

Ah, se non lo sapete c’è anche il seguito di questo libro, “After you” -“Dopo di te” in italiano-sempre di Jojo Moyes, ma per ora non sono intenzionata a leggerlo. Non mi sembra necessario un sequel di Me Before You quindi per ora mi tengo questo finale che mi è piaciuto molto e che ho paura di rovinarmi con il secondo libro.

E voi l’avete letto? Cosa ne pensate? Avete piagnucolato come mammolette (e come me in certi momenti) leggendolo?
Ora che ho finito con questo romanzino moderno tornerò alla mia Irène Némirovsky che mi aspetta sul comodino con una tazza di thè.

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Cinemando: Oculus

Per la peppa e la peppina, comincio a latitare pure qua… sono Miss Incostanza 2016.



In questo periodo ho voglia di horror in qualunque formato: film, libri, pizza quindi sono partita con il classicissimo The Ring (muy fico) ho fatto una scelta sbagliatissima guardando Drag Me To Hell (che, perdonate il francesismo, è una puttanata colossale) ed infine sono approdata su Oculus, film del 2013 che per quanto ne so era passato un po’ in sordina.

Film Oculus: il riflesso del male

Anno 2013

Durata 104 min.

Regia: Mike Flanagan

Trama:
Il ventunenne Tim viene dimesso dall’ospedale psichiatrico in cui era stato internato 11 anni prima, dopo essere stato considerato responsabile dell’omicidio del padre, improvvisamente impazzito. Viene a prenderlo la sorella Kaylie, che, al contrario del fratello, ha passato tutto il tempo ad informarsi sugli eventi soprannaturali attorno al misterioso e antico specchio che il loro padre aveva comprato quando si erano stabiliti nella nuova casa.

Oculus è uno di quei film horror non horror, in cui non succede quasi nulla di veramente spaventoso ma per tutto il film c’è questo sottofondo angosciante e il tempo passa in fretta con la crescente sensazione che quello specchio bastardissimo l’avrà vinta.

Kaylie vuole far capire a tutti i costi a suo fratello che i suoi genitori non eran impazziti, che loro padre non era un pazzo furioso e che la loro famiglia non è stata distrutta da lui ma da quel malefico specchio in grado di influenzare azioni, decisioni e visioni di chi gli sta intorno e già solo la veemenza con la quale lei cerca di fargli capire come siano andati effettivamente le cose ricordando gli avvenimenti del passato dà intensità.

Karen Gillan, che io adoro dopo averla vista in Doctor Who, è brava come mi aspettavo e bella come sempre, ma il suo co-protagonista non tiene botta (che giovine che sono) e ha l’espressività di un sasso; ho apprezzato di più l’attrice bambina nellescene in cui c’era da proteggere il fratello minore.

La trama però diciamocelo, è un po’ poverina. L’idea è buona e tirarci fuori un film di due ore dev’essere stato difficilotto perché dai, dopo mezz’ora poteva chiudersi. La cosa che mi ha colpita e fatta rimanere attaccata allo schermo sono state regia e montaggio: ho amato molto il modo in cui Flanagan è riuscito a intrecciare passato e presente in maniera quasi destabilizzante.

Nulla da obiettare sul finale, anzi, ma devo ammettere però una cosa… non mi sarebbe dispiaciuto alla fine scoprire che era stato uno dei due fratelli -o entrambi- a compiere il massacro anni prima, ma darò la colpa al fatto che preferisco i film in cui il male sono le persone piuttosto che oggetti/spiriti/mostri vari.

So che questo film a molti non è piaciuto affato e vorrebbero cancellarlo dalla loro memoria, probablmente si tratta di persone moooolto più abituate di me al genere horror e che avranno visto decine di film, trovando questo banale e con poco mordente. Io, da assoluta ignorantona di questa branca di filmazzi, sono riuscita invece ad apprezzarlo molto  trovarlo addirittura originale, perché di film horror splatter con la trama di una tristezza e povertà incredibili ne ho visti anche io a decine, questo mi è risultato ben diverso.

Poi sì, forse la mia crush per Karen Gillan c’entra pure qualcosina eh.

Hasta la vista.

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Serialmente parlado: #Fortysomething

Serialmente parlando #Fortysomething


Ovvero quando tutti i tuoi attori preferiti si riuniscono

Anno: 2003
Stagioni: 1
Episodi: 6
Durata: 50 minuti
Hugh Laurie, Benedict Cumberbatch e Peter Capaldi entrano in una serie tv: sbaaam!

Siparietto cretino a parte, sto parlando di Fortysomething, serie comica di sole sei puntate da cinquanta minuti l’una. 

Direi che è la durata giusta per questa serie, nè troppo nè troppo poco, la vicenda ha il giusto tempo di svilupparsi.

Che bellini!

Di che si parla in questa serie tv? 

E’ presto detto! Si parla di Paul Slippery, quarantaequalcosa anni e in crisi di mezz’età. E’ convinto di sentire i pensieri della gente, non si ricorda l’ultima volta in cui ha fatto l’amore con sua moglie (Anna Chancellor) ed è vagamente paranoico: un ruolo perfetto per Hugh Laurie.

Ah, è un dottore.
E c’è Peter Capaldi. Che fa il dottore suo collega. 
A buon intenditore poche parole.


Crossover futuri a parte, questa serie è veramente carina.
E’ divertente, ironica, interpretata alla stragrande, l’unica pecca è che ci mette un po’ a ingranare; il primo episodio infatti è quello più debole, come spesso accade con le serie tv, perché serve a presentare tutti i personaggi. Superata la prima puntata io sono andata avanti come un treno, trovando sul mio cammino scenette divertenti, eventi tanto assurdi da sembrare reali, battute grandiose e momenti quasi tristi. 

Insomma, c’è di tutto.

Ammetto che ogni tanto i sessanta minuti hanno avuto il loro peso, qualcosina in meno sarebbe stato perfetto, ma in generale io riesco a seguire più volentieri le serie da quarantacinque minuti quindi può essere solo un problema mio.

E voi l’avete vista? Progettate di guardarla? Avete altre serie tv di nicchia da consigliarmi?

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Ex Machina

Qualcuno dica alla parte meno cretina di me che devo smetterla di guardare film e mettermi a studiare come se non ci fosse un domani perché la sessione di aprile mi ha messa nel mirino e conta di farmi fuori. 

Comunque visto che di studiare non se ne parla sto occupando il mio tempo guardando film sul divano, sono una pusillanime doc. Dico a me stessa che va tutto bene perché guardo i film in lingua “così alleno l’inglese” ma in realtà non serve a niente visto che non apro un libro di grammatica dal Cretaceo… Ma non è questo il punto di questo post dall’intro di dubbia utilità, il punto è che sto guardando tanti film belli e uno di questi è Ex machina, film del 2015 scritto e diretto da Alex Garland.

 

Trama

Caleb, un programmatore 24enne della più grande società internet del mondo, vince una competizione il cui premio è trascorrere una settimana in un rifugio di montagna che appartiene a Nathan, il solitario CEO della società. Ma quando arriva in questo luogo remoto, Caleb scopre che dovrà partecipare a uno strano e affascinante esperimento nel quale dovrà interagire con la prima vera intelligenza artificiale del mondo, contenuta nel corpo di una bellissima ragazza robot.

Alicia Vikander è quell’attrice che hai già visto in dodicimila film senza mai saperlo, mi sto rendendo conto di aver guardato almeno tre film con lei nel cast senza sapere chi lei fosse… Shame on me! Qui, nei panni anzi, nei circuiti di un robot, è meravigliosa. Sarà che io sono uno scarabocchio umano, un esemplare femmina malriuscito di razza umana e quindi più incline all’invidia, ma Miss Vikander pelata e mezza meccanica è comunque di una bellezza impressionante, mannaggia a lei. E questo è sì un commento superficiale, ma vi assicuro che pur vedendo questa bellissima ragazza e sapendo perfettamente che è un’attrice, il suo modo di muoversi, di inclinare la testa, di parlare per tutto il film mi hanno veramente fatto pensare che ci fosse qualcosa di robotico in lei. La dolcezza incredibile che trasmette, poi, trasforma tutto in una comprensibile ingenuità nei riguardi del mondo umano.

Menzione d’onore ad Oscar Isaac che mi piace sempre tantissimo. Nei panni del riccone geniaccio misantropo ci sta benissimo e la scena del ballo è così “cos’ho appena visto” che mi riguardo la gif ogni volta che posso.

Che ansia questo film, gentaglia. Non che succedano chissà che cose, non che ci siano momenti super creepy, diciamo pure che per tutto il film succede moooolto poco alla volta… Ma in certe scene puoi proprio avvertire la tensione e una sensazione quasi opprimente.

Il sottofondo durante gli incontri dei due protagonisti è qualcosa di meraviglioso, un nonsochè di inquietante che preannuncia una svolta quasi spaventosa nel film. L’ansia, gente, l’ansia.

In generale il film è costruito veramente bene, si procede a piccoli passi, piccoli passi necessari per costruire i personaggi, la loro credibilità e portare al finale; nonostante succeda tutto poco per volta io non mi sono mai sentita annoiata, anzi ero così dentro al film che non mi sembrava neanche fossero passate due ore. 

Bello. Bello, bello, bello. Da riguardare per coglierne tutte le sfaccettature.

Ma alla fine… E’ un’intelligenza artificiale o è qualcosa di più?

Manipolare qualcuno per ottenere un vantaggio? Per me è dannatamente, unicamente umano.

 

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La Notte Eterna del Coniglio -Giacomo Gardumi-

Non so da voi, ma a casa mia c’è tensione.

Alta tensione. Altissima purissima levissima tensione.

C’è la partita.

Bayern-Juventus, mio papà e mio cugino impazziti in sala, tutti i maschi e gran parte dei contatti femminili dei gruppi su whatsapp sono in visibilio o intenti a discutere di grandi
sistemi calcistici… E io scrivo. Scribacchio. Okay dai, diciamo che schiaccio sulla tastiera senza la minima coerenza. 

Mi sembra la serata giusta per parlare di un libro horror, uno dei primi del genere che io abbia mai letto perché, detto papale papale, sono una fifonissima. Sono la tipica persona che guarda i film di paura e poi ogni volta che rimane da sola da qualche parte è terrorizzata da ogni ombra o rumore. 

In ogni caso la meravigliosissima Pennylane On The Tube ne aveva parlato bene in un suo video e io l’ho cercato in un lungo e in largo finché questo libro non è entrato nella mia libreria. 

 

Trama:

Un’inaspettata apocalisse distrugge la razza umana e trasforma la terra in un pianeta morto. Sopravvivono quattro piccoli nuclei familiari, rinchiusi in minirifugi atomici nella città di San Francisco. I superstiti possono comunicare tra loro grazie a un trasmettitore satellitare. Improvvisamente gli occupanti di uno dei rifugi cominciano a sentire dei colpi battuti sulla porta, come se qualcuno volesse entrare, benché la telecamera che inquadra la superficie riveli chiaramente che nessuno si è avvicinato. Gli avvenimenti misteriosi si moltiplicano, finché un «coniglio» rosa penetra nel rifugio e compie un orrendo massacro. Gli altri membri del gruppo si rendono presto conto che il «coniglio» è solo all’inizio della sua missione di morte…

In questo libro ho trovato sia cose molto positive che cose molto negative. Visto come sta andando la partita cominciamo da quelle negative va, che se no finisce in suicidio per tutti.

Non so come dirlo in modo carino quindi vado di getto, come quando si fa la ceretta: uno strappo e via.
Il modo in cui è scritto questo romanzo, specialmente i dialoghi e gli spiegoni scientifici, non mi piace. Se da un lato Mr Gardumi è bravissimo a far venire l’ansia e il senso di claustrofobia spaventoso, dall’altro “ammazza” un po’ l’atmosfera con certi dialoghi troppo pesantozzi e banali e dalla scarsa utilità.

Un’altra cosa che non mi è piaciuta, ma so che non è piaciuta quasi a nessuno tra quelli che hanno letto questo libro, è la parte finale, lo spiegone del come-quando-perché il coniglio ha fatto quello che ha fatto. Una volta che hai dato l’idea e sparso qua e là gli indizi, sta al lettore mettere tutto insieme e capire. E poi secondo me lasciare un po’ all’immaginazione è anche meglio…ma qui no, qui ti dice tutto per filo e per segno. 

Passando alle cose che mi sono piaciute, direi che prima di tutto devo citare la capacità dell’autore di incutere angoscia. Giuro, se qualcuno avesse bussato alla mia porta mentre leggevo questo romanzo, il mio cuore mi sarebbe uscito dal naso.
Quel maledetto toc toc. LA PAURA.

E poi diciamocelo, tutti guardiamo con diffidenza quei mega pupazzoni con qualcuno dentro. Sono inquietanti per antonomasia.

Un’altra cosa mucho (o muy?) positiva è l’originalità della storia: finalmente qualcosa di diverso dal solito, niente omicidi super strani e ostentatamente perfetti, niente fantasmi per niente spaventosi… Una bella storia con un bel cattivo stavolta. 

Anche la scelta e la caratterizzazione dei personaggi non è male e vedere il panico crescere in persone diverse tra loro aumenta maggior mente il senso di oppressione anche in noi lettori. 

Insomma, se i dialoghi fossero meno banali e più realistici questo libro sarebbe una vera perla. In ogni caso lo consiglio perché, personalmente, mi sono trovata a prendere in mano questo libro dalla copertina inquietante ogni volta che potevo, troppo curiosa di conoscere il mistero dietro a quel maledetto coniglio assassino. 

Qualcuno di voi l’ha letto? Cosa ne pensate? Se no, vi piace l’horror e quale libro del genere mi consigliereste? 😀

Ps: partita finita. Si vanno a contare i feriti ora.