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Serialmente parlando: #Black Mirror, 1×01

Serialmente parlando: #Black Mirror, 1×01

Ovvero quando una serie ti fa star male e ti fa riflettere più del dovuto.

Per la rubrica “passiamo da un estremo all’altro senza mezze misure”, oggi vi propongo Black Mirror, una serie tv che ho appena cominciato e che mi ha già catturata neanche fossi un pokémon.
Iniziamo con la parte tecnica, così ce la leviamo dalle balle e via. E’ una serie del 2011, conta per ora due stagioni da tre puntate l’una, e ogni puntata dura un’ora.
Ogni episodio è a sè stante, non c’entrano niente l’uno con l’altro e sono autoconclusivi.
La prima puntata si intitola “The black Anthem“, o in italiano “Messaggio al Primo Ministro“, e si apre con l’inquadratura del viso terrorizzato di una donna; questa donna è la principessa Sussannah, membro della famiglia reale e molto amata dal popolo. Ebbene sì, la Principessa è stata rapita e il rapitore non chiede milioni di dollari come riscatto, nè chiede la liberazione di prigionieri.

Quello che chiede, è una live nella quale il Primo Ministro inglese dovrà fare sesso con un maiale. 
Potreste pensare a qualcosa di più umiliante? Ovviamente il video con la richiesta è stato messo su youtube, in modo che tutto il mondo lo venisse a sapere e tenesse gli occhi puntati su Micheal, il Ministro che sguinzaglia le forze speciali per trovare questo stronzo che vuole vederlo ridicolizzarsi in diretta nazionale.
I collaboratori di Micheal fanno di tutto per evitargli l’assurdo adempimento alla richiesta, ma quando ad un telegiornale arriva un dito mozzato della principessa c’è poco da fare: se non lo farà, il Primo Ministro perderà tutto il consenso e la stima del popolo che non lo rieleggerà mai più.
E ovviamente avrà la Principessa sulla coscienza.

L’ansia che mi ha messo addosso questa puntata.
Mamma mia.
Ho gironzolato su internet scoprendo che molti ritengono questa puntata la più debole del gruppo, e quindi io mi domando che puntate straordinarie saranno le altre, perché questa mi ha colpita tantissimo. E’ una puntata realistica, girata perfettamente e recitata anche meglio, impossibile non provare pena per quell’uomo costretto a cedere con un costo personale ad una richiesta assurda.
Pesanti i temi trattati.
Perché siamo guidati, quasi acciecati dalla curiosità morbosa per l’orrido? Lo sappiamo benissimo, se fosse stata una situazione reale, tutti saremmo stati incollati al televisore. Forse con gli occhi chiusi, forse avremmo cambiato dopo qualche minuto, ma tutti avremmo dato un’occhiata ad un uomo rispettabile, ricco, potente, che si umilia con un amplesso con un animale.
I media sono un’altro tasto dolente che questa puntata scoperchia. I telegiornali che per fare notizia infrangono la legge, che pubblicano qualunque cosa pur di fare audience e cercano di salvare la situazione dicendo “cerchiamo di smorzare i toni”. 

E’ questo che siamo diventati? Sciacalli, come il protagonista di “The Nightcrawler”?

Fa paura questo pensiero, se ci si sofferma.

E voi? Lo avete visto? Siete rimasti turbati quanto me?
Alla prossima!

La Saramandra
Pubblicato in: galavant, serialmente parlando, serie tv

Serialmente parlando: #Galavant

Serialmente parlando: #Galavant

Ovvero quando un musical fa schiattare dal ridere e tu tifi per il re cattiwone

Nuova serie, nuovo post!
Mesi e mesi fa vidi un trailer. Un trailer promettente, simpatico, in cui un cavaliere cominciava a cantare e un re pazzo canticchiava di come avrebbe voluto ucciderlo; immediatamente misi il titolo nelle serie tv attese.
A gennaio, people, l’attesa è finita e Galavant è piombato nella mia vita come una palla da demolizione. (Avrei voluto che ci fosse attaccato il protagonista invece che Miley Cyrus ma tant’è).
Una stagione (per ora), otto puntate, venti minuti a puntata. Troppo poco, lo so. Ma ne vale la pena, ve lo giuro.
La trama di questa serie tv brevissima è molto semplice.
C’è lui: l’eroe di tutti gli eroi, bello e valoroso, per niente modesto e con qualche problema di sudorazione.
C’è lei: viziata e odiosissima, che ama solo sè stessa, il denaro, e sè stessa 
E non può ovviamente mancare l’altro: il re cattivissimo, spietato che ha come scopo quello di fare a pezzettini il nostro Galavant e metterlo nello stufato.

Lei
L’altro
Lui


A questi si aggiungono Isabella, la principessa dai dubbi tratti etnici che chiede aiuto a Galavant per salvare il suo regno e la sua famiglia, e il fido scudiero, un ragazzo sarcastico e fedele a Galavant.

Ora che avete tutti gli ingredienti indovinare la trama è facile: il re Richard rapisce Madalena che è tutt’altro che vogliosa di essere salvata, Galavant cade in depressione finché la principessa Isabella non chiede il suo aiuto, ed entrambi più lo scudiero partono alla volta di Valencia, dove il terribilmente effemminato re... Ehm, volevo dire dove il terribile e basta re cerca in ogni modo di conquistare Madalena, che ancora lo snobba malamente. ‘sta sgualdrina.
Tutto questo è condito da battute incredibilmente stupide, canzoni spassose, citazioni totalmente a random, pirati che navigano in collina, cuochi che rischiano di essere sterminati da un momento all’altro, guardie dal cuore tenero, guardie dal cuore di metallo, e un susseguirsi di scambi che definire divertenti è un enorme eufemismo.

Non fatevi ingannare dalla prima puntata, che è forse quella più debole sotto diversi punti di vista, perché con le altre puntate è un crescendo fino ad arrivare a momenti di pura epicità come il duello dei due cavalieri con tanto di volgari battute sulle madri, o praticamente ogni scena con il supremo re Richard, che ammetto più di una volta mi ha fatta quasi commuovere. Un personaggio tanto idiota quanto adorabile.

Nel caso non l’abbiate ancora fatto, guardate questa serie. Guardatela, ridete, amate re Richard e tornate qui a parlarmene.

Attenzione: la serie può provocare dipendenza.

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Cinemando #Nightcrawler, che il titolo in inglese fa sempre più scena

The Nightcrawler -Lo sciacallo

Quando Jake Gyllenhaal deve vincere l’Oscar

Anno: 2014
Durata: 117 minuti
Genere: Drammatico, thriller
Regia&sceneggiatura: Dan Gilroy

Se qualcuno mi chiedesse di descrivere “Lo sciacallo” in una parola direi: spaventoso.
Spaventoso il film, spaventosa l’interpretazione di Jake Gyllenhaal, spaventosa la sensazione che rimane addosso dopo i titoli di coda.
In tre parole? Gran bel film

“un sorriso per la stampa, grazie”

The Nightcrawler si apre con Lou Bloom, uomo bianco, disoccupato, dall’aria vagamente piscopatica, che per raccimolare un po’ di soldi vende rame e metalli rubati da reti e ferrovie.
La disoccupazione è forte e Lou fa parte di quella generazione di disoccupati che impara su internet e non a scuola, che è capace a fare di tutto ma nessuno lo assume. Una sera, però, assiste ad un incidente e si accorge che i primi ad arrivare sono poliziotti e un cameramen pronto a riprendere la scena dell’incidente, e lì capisce che quella è la sua via.Compra una telecamera, si trova un assistente e si piazza in macchina pronto a partire ad ogni segnalazione. Quello che lo rende diverso dagli altri reporter è la sua totale mancanza di morale, etica, qualunque cosa che tiene noi persone “comuni” lontane dallo sparare la telecamera in faccia ad un uomo che si sta dissanguando in strada. Lui non si fa scrupoli ed anzi è attirato e affascinato dalla violenza, dal sangue, e invece che stare a casa a guardare Grey’s Anatomy o Dexter decide appunto di intraprendere questa agghiacciante carriera, ritrovandosi a riprendere le peggio scene, finché la cosa non degenera sempre di più…

Centodiciassette minuti di sciacallaggio becero. Ad ogni scena Lou diventa meno “umano”, sempre più feroce, sempre più sicuro di sè e pericoloso, arriva a minacciare la donna a capo dell’emittente televisiva a cui vende i suoi video affinchè lei vada ripetutamente a letto con lui, costringe il suo assistente a lavori mal pagati e struggenti, infrange la legge fino al limite del possibile…
Gli ultimi quindici minuti sono incredibili, adrenalina altissima per tutto il finale con tanto di urlo “ma che bastardooooooo!” con tanto di dito medio allo schermo.

E in tutto questo… Lo dico io o lo dite voi?
JAKE GYLLENHAAL OSCAR SUBITO.
Ora, non si sa ancora le nomination agli oscar ma questa performance la vale tutta. (come quella di Benedict Cumberbatch in “The imitation game”, ma questa è un’altra storia…)

Occhi incavatissimi, freddezza smisurata, sorrisi forzati, ancora un po’ e lo avremmo sentito ringhiare come un vero sciacallo: questo è il Jake Gyllenhaal che ci troviamo davanti, con una tagliola di denti, occhi spiritati e i capelli legati in un codino.

Occorrente per interpretare Lou Bloom:
– Espressione da pazzo per tutti i centodiciassette minuti di pellicola
– Occhi praticamente incavati
– Emanare un’aura inquietante e pericolosa ogni due per tre

che sorriso incoraggiante, altro che il Joker









Citazioni inquietanti dal film
What if my problem wasn’t that I don’t understand people but that I don’t like them? What if I was the kind of person who was obliged to hurt you for this? I mean physically. I think you’d have to believe afterward, if you could, that agreeing to participate and then backing out at the critical moment was a mistake. Because that’s what I’m telling you, as clearly as I can

I’d like to think if you’re seeing me you’re having the worst day of your life.

E voi regà l’avete visto? Cosa ne pensate? Non l’avreste volentieri preso a sprangate sulle ginocchia?

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Serialmente parlando

Grey’s Anatomy

Quando tiri troppo lo stetoscopio, va a finire che si spezza

Anno2005- in produzione
Paese: Stati Uniti
Ideatore: quel geniaccio di Shonda Rhymes
Rete televisiva: ABC
Spin Off: Private Practice

Ahhh, sembra ieri che io, giovane e facilmente impressionabile ragazzina, accendevo la tv e mi guardavo Grey’s Anatomy rimanendo traumatizzatissima dalla quantità di sangue ed organi trapiantati presenti in quei quaranta minuti di puntata.
Facevo incubi terribili, ma mi piaceva tantissimo.
Parlo al passato perché, capirete, in undici anni le cose sono cambiate molto…

Trama: Nella prima stagione conosciamo i nostri protagonisti: Meredith Grey, figlia di una famosissima chirurga che le ha lasciato in eredità molti traumi ma il “tocco” chirurgico, Cristina Yang, diventerà la migliore amica di Meredith ed è decisa a diventare la superstar della cardiochirurgia, George O’Malley, forse il più ingenuo ma il più gentile e sincero del gruppo. Alex Karev è quello con il passato turbolento, Izzy Stevens è quella che… Non so bene cosa faccia lei.
Nel corso delle puntate e degli anni vediamo questo gruppo di protagonisti assottigliarsi, integrare nuovi membri, raggiungere obiettivi, crescere, diventare chirurghi. Li vediamo combattere le loro battaglie, ideologiche e fisiche, li seguiamo nella loro vita privata, scopriamo il loro passato e i progetti per il loro futuro, e vediamo la realtà irrompere nei loro sogni, spesso schiacciandoli a terra.
E li vediamo rialzarsi ogni volta con una cicatrice diversa.

Per ora siamo a quota undici stagioni con una dodicesima confermata, e vi assicuro che in queste undici stagioni (da ventiquattro puntate l’una!) succede di tutto.
Malattie terribili, tradimenti, catastrofi naturali, imprevisti, disastri aerei, cuori spezzati, liti furiose, scazzottate… insomma, chi più ne ha più ne metta!

Cosa rende Grey’s Anatomy diverso dagli altri medical drama?

    potete ringraziarmi dopo per la scelta della foto
  • Mark Sloan
  • La trama. E che trama! Si passa dai giovani specializzandi agli strutturati ai chirurghi affermati e più famosi del paese. Ci sono parti molto “medical”, altre molto “drama”, le storyline dei personaggi sono ricche e nonostante a questi quattro poveracci succeda di tutto gli eventi non sembrano mai forzati (o almeno nelle prime stagioni)
  •  Il cast eccezionale. Ogni attore nel corso delle stagioni ha dato prove attoriali meravigliose, una delle mie preferite è quella in cui Callie si confronta con il padre sull’omosessualità.
  •  I casi medici mai banali. Vedrete gente che vive tranquillamente con un’accetta in testa, tumori grandi quanto un cocomero, mutilazioni di ogni genere… (ora, c’è chi dice “ma che schifo!” ma all’interno delle puntate tutto questo viene vissuto in maniera molto professionale)
  • Le citazioni. Epica quella sulla mancanza dell’amore.
  • Le lacrime che ti fa versare ogni due puntate. Morti a non finire, alla fine della quinta ero un colabrodo. E quando una serie ti fa piangere, vuol dire che ha fatto centro.
  • Cristina e Owen
♪♫ Le note dolenti e le opinabili opinioni personali♫♪

Come ogni serie tv che si rispetti, andando avanti con il tempo peggiora. Io ho una teoria: le serie tv sono belle quando durano poco.
Grey’s Anatomy mi piaceva molto fino alla settima stagione, da lì in poi è cominciato il lento declino…E ora che sto recupereando la nona e la decima stagione posso dire che non mi stanno piacendo particolarmente. Le storyline si sono complicate troppo perdendo di credibilità, i personaggi comiciano ad essere pesanti, i colpi di scena fanno scuotere la testa.
Shonda, ti prego, poni fine a questa serie tv quando sei ancora in tempo. Il declino è cominciato, non aspettare di toccare il fondo. Please.

Unpopular opinionodio Izzy Stevens, Meredith Grey mi sta antipatica, Jo è di un’inutilità immane e Richard doveva morire più o meno alla quarta stagione.
Dopo questa carrellata di pareri schiettissimi, mi accingo a spiegarne i motivi.
Izzy. Izzy è il personaggio più fastidioso del mondo. Un continua prendi&molla con Alex e George, con la chirurgia e con qualunque cosa le interessi. La storia con Danny (oh, Danny…) è l’unica cosa che la salva.
Meredith è una lagna di dimensioni epiche, non so come faccia Derek a viverci assieme. E quando è incinta non fa che ripetere che suo figlio sarà un mostro, e quando c’è sua sorella è odiosa, e le ha tutte lei! Nessuno la capisce, l’unica al mondo a soffrire è lei quindi fa cose sconsiderate e vagamente folli ma nessuno la fa rinchiudere. Mah.

E voi? Cosa ne pensate di Grey’s Anatomy e dei suoi personaggi?

La Saramandra

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Serialmente parlando

But first, let’s watch Selfie

Ovvero quando si guarda una serie tv solo per Karen Gillan

Io non guardo comedy. Non guardo comedy da parecchio tempo, l’unica che ho seguito con amore recentemente mi ha delusa quasi quanto l’ultimo libro di Harry Potter. Sto parlando di How I met your mother, il cui finale per me non esiste perché è inaccettabile.
Ma non divaghiamo, farò un post apposito prima o poi.
Dicevo…Ah sì, io non guardo molte comedy, ma dopo aver visto la settima stagione di Doctor Who ero così in astinenza da Matt Smith e Karen Gillan che avrei dato un rene pur di vederli da qualche parte; non potendo avere Matt, ho scoperto Selfie.

Selfie, una stagione, tredici puntate, venti minuti a puntata, Karen.
Se non siete come me e dunque Karen non è per voi una ragione sufficiente per guardare questa serie, forse devo dirvi qualcosa sulla trama… Ma siete davvero sicuri che “Karen” non basti?
Va bene, va bene…
Trama: La serie tv ruota attorno a Eliza Dooley, una giovane donna la cui vita consiste nell’essere famosa sul web. La sua autostima si misura in “mi piace” su Instagram e Facebook, i suoi amici sono quelli che commentano i suoi stati sui social network e le persone reali non esistono.
Tutto questo cambia quando nell’azienda per la quale lavora viene assunto Henry, un uomo che i social network non sa cosa siano e che lavora ventiaquattr’ore su ventiquattro.
Inutile dire che i due diventano amici inseparabili: Henry insegnerà ad Eliza come rapportarsi alla gente nel mondo normale, e lei insegnerà poco a poco ad Henry come divertirsi e addirittura come taggarsi in una foto.

E’ una serie tv deliziosa. Divertente, carina, ben fatta e ben recitata, alterna momenti molto comedy ad altri più seri, il tutto in meno di mezz’ora. E’ un telefilm piacevolissimo persino per me che le comedy non le digerisco molto, di un umorismo leggero ma con -a volte- un retrogusto amaro, perché Eliza non è così svampita e puerile come molti credono.
Devo ammettere che le prime puntate mi sono piaciute tantissimo, mentre le ultime che ho visto, più o meno dalla sesta in poi, mi sembra abbiano avuto un calo. In ogni caso aspetto con impazienza le ultime quattro puntate che mi separano dal finale.

Passando alle note dolenti… L’hanno cancellato. Forse avrei dovuto dirvelo prima.
L’hannno malamente, brutalmente cancellato. E intanto rinnovano Teen Wolf come se non ci fosse un domani, vi pare normale? Rinnovano The Vampire Diaries e non Selfie? Rinnovano Grey’s anatomy per la settecentomillesima stagione… E Selfie me lo bocciano alla prima?
Inaccettabile.
Speriamo almeno gli diano un finale coi fiocchi, che se no parte la ribellione, ho già chiamato Katniss. E’ d’accordo.
Lo slogan sarà “Abc, se bruci Selfie bruci con lei”.

#guardatelo #karen gillan #sonotroppocarini

La Saramandra
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"Le notti bianche", Doevstoevskij

Le notti bianche, Fedor M. Doevstoevskij

Breve ma intenso

Sempre siano lodate le edizioni da 0,99 centesimi della Newton Compton. Ammettete di avere una carrellata di quei libricini, tanto anche se negate nessuno vi crede. Menzogneri.
Insomma, proprio di questa economicissima edizione sono entrata in possesso perché la poracceria non è morta (altro che cavalleria, che ormai è sepolta).
Per la rubrica “cose inutili”, trovo molto azzeccata ed evocativa anche l’unica immagine presente nella copertina: una panchina vuota. Brava Newton Compton.

Trama: “Le notti bianche”, un romanzo brevissimo -appena centocinquantaquattro pagine in questa particolare edizione- ma denso di significati, di concetti, di solitudine e di amore.
Il protagonista è un sognatore, un uomo solo, un pensatore anonimo; incapace di relazionarsi e di mantenere le amicizie, il nostro personaggio incontrerà un giorno una giovane donna che lo farà capitolare dal primo istante: superando la sua timidezza estrema infatti entra in contatto con la donna e i due diventano subito amici; iniziano così le loro notti bianche, notti passate a parlare del loro passato e del loro futuro, di amore e di delusione, notti di speranza e di passato.

E’ il momento delle confessioni: non avevo mai letto nulla di Dostoevskij. Shame on me, lo so, ma recupererò visto che il mio primo approccio con lui è andato così bene.
Devo dire che il caro Fedor ha uno stile incredibilmente piacevole, con poche righe ti fa entrare non solo nel “mood” del romanzo ma rende subito chiari i tratti principali dei personaggi.

Essendo io una persona che di sociale e socevole ha ben poco mi sono ritrovata a capire e compatire il protagonista sconosciuto, il quale si ritrova a rendersi conto di tutto quello che gli è mancato per anni. Una donna, un’amore, una compagnia…
E proprio quando si abitua a tutto questo, quando si aggrappa all’idea di aver finalmente trovato tutto quello che gli era sembrato irraggiungibile… Nansten’ka gli viene portata via, e con lei tutta la felicità e le speranze che aveva portato nella vita del sognatore, che ora tornerà alla San Pietroburgo della fantasia.

Riflettendoci sono arrivata a pensare che forse uno dei punti di forza di questo romanzo è il fatto che il lettore può riconoscersi, ad un certo punto della storia. Io mi sono ritrovata nel protagonista, ma ho riconosciuto il dolore della perdita che il protagonista prova quando Nastenka sceglie il suo forestiero. Ho ritrovato la consapevolezza di essere stata messo da parte, illusa e poi scartata che avevo provato anni fa.
E a voi cos’ha riportato questo romanzo? Delusioni d’amore o soddisfazioni d’amore? Un vecchio amante? Siete anche voi dei sognatori?

La vostra Saramandra assonnata