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Un passo indietro. (Depressione)

Questo post, scusatemi, sarà poco divertente e un po’ crudo. Leggete a vostra discrezione.

Questa settimana ho fallito.
Ho sbagliato, ho fatto un passo indietro.
Qualche giorno fa ho avuto una crisi depressiva, una di quelle forti.

Non mi capitava così forte da un po’, pensavo stupidamente di aver superato quella fase anche se razionalmente so che non è una fase, che mi succederà per sempre di avere questo tipo di crisi e che devo imparare a gestirle molto meglio di come ho fatto martedì.

Dicevo, ho avuto una crisi depressiva.

Il giorno prima ero stata ad una festa, avevo indossato un vestitino nero e una parrucca fucsia. Un ragazzo ci ha provato con me, abbiamo giocato tutta la sera a giochi di gruppo, è stato carino.
E’ stato carino finché non è precipitato tutto in un vortice di disgusto per me stessa e fastidio nei confronti degli altri; mi sono chiusa, isolata in mezzo a loro, ho smesso di parlare, di ridere, di voler essere lì. 

Sono tornata a casa con un senso di nausea allo stomaco.

Il giorno dopo ero insolitamente allegra. Mi sforzavo così tanto di essere allegra da risultare esagerata, finta. Ogni volta che ridevo mi veniva da piangere.

Alla fine, la sera, sono esplosa.

Insomma, ho avuto una crisi depressiva.

Non sentivo niente se non nausea e confusione, era diventato improvvisamente tutto nero e ostile. In alcuni momenti non sentivo nulla, in altri era come avere una guerra nel cervello.

C’erano i miei a casa ma stavano dormendo; erano circa le due di notte quando sono scesa in cucina e sono ricaduta in un’abitudine che pensavo di aver lasciato alle spalle.

L’autolesionismo.

Il pensare che il male fisico sia più sopportabile di quello schifo che provo dentro, il desiderare di sentire del male piuttosto che non sentire niente, e tutte quelle altre cose da manuale che trovate su internet.

Ho preso uno dei coltelli da cucina, mi sono arrotolata la manica del pigiama e ho premuto la lama sulla pelle, abbastanza in alto da rendere più difficile ora vedere i tagli grazie alle maniche lunghe.

Una, due, tre volte.

Non esageratamente profondi, abbastanza da sanguinare per un po’.

A ripensarci adesso mi sembra una cosa così idiota da fare che mi chiedo cosa stessi pensando in quel momento, se stessi almeno pensando.

So che non vorrò dirlo alla mia psicologa. Non vedrà i tagli, non lo saprà se non sarò io a dirglielo.

Avrò il coraggio di parlargliene? Non lo so. Non lo so davvero. Dovrò sforzarmi molto, ma non so se ne sarò in grado.

Nel weekend dovrei andare ad un altro concerto.

Mi ha invitata un ragazzo conosciuto due settimane fa.

Dice che gli farebbe piacere.

E io non voglio andare.

Non voglio, non voglio, non voglio.

Ho paura che succeda di nuovo, che io mi spenga, che una volta tornata a casa voglia soltanto mettermi sotto la doccia e piangere per ore, sentendomi in colpa per essermi rovinata da sola un’altra serata. Ho paura che lui abbia delle aspettative nei miei confronti, ho paura di essere a disagio, ho paura di finire di nuovo come l’altra sera, in cucina alle due di notte con un coltello in mano.

Spero che questo post non vi faccia troppa impressione, avevo bisogno di ammettere a me stessa e a qualcun altro che a volte fallisco, nonostante l’impegno.

E’ un passo indietro in un cammino veramente lungo e difficile, per quanto io ci scherzi su.

Capita di sbagliare. Come capita a me capiterà a -quasi?- chiunque si trovi in una situazione difficile, ma spero che post come questi possano un giorno aiutarvi a sapere che per forza di cose a volte dobbiamo sbagliare e fallire per riprovare con più determinazione.

Per oggi è tutto, tornerò presto con post più allegri, lo giuro.

Buonanotte, Spelacchiati.

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Pensieri depressi dell’una di notte

Mangio la pizza e sono il solo sveglioooo in tutta la cittàààà”

Mah.
A quanto pare sono l’unica che non coglie il fascino intrinseco di Calcutta, però questa frase mi rappresenta assai al momento.
Dopo una serata difficile ho deciso -non molto saggiamente- di tornare a casa a piedi e nel tragitto mi sono presa un trancio di pizza.
Ora sono sana e salva al pc in casa mia, quindi dite pure a Mr Salvini che nessun clandestino mi ha molestata.
Un italiano però si è sporto così tanto dal finestrino per dirmi “che bella gnocca” che pensavo battesse una facciata sull’asfalto, vale comunque anche se era piuttosto bianchiccio? O se era di una tonalità accettabile nella scala caucasica rende tutto meno interessante?

Non ho un vero tema stasera, sono solo in quella fase “pazza depressa” di momentaneo distaccamento dalla realtà che ogni tanto mi prende.
Ho cercato di spiegare ai miei amici cosa cazzo mi stesse prendendo e perché non potessi proprio più stare con loro ma è stato estremameeeeente difficile e credo di averli lasciati al bar con più domande che risposte… Qui sul blog però vorrei essere molto sincera, molto più di quanto riesca ad esserlo con le persone in carne ed ossa perché a volte è troppo difficile dire ad alta voce quello che penso, ma magari qualcuno leggendomi potrà dire “okay, anche io sto così, cerchiamo di stare male insieme e poi rimetterci in carreggiata”.

Durante il tragitto fino a casa continuavo a pensare “se ora attraversassi la strada senza guardare, mi buttassi in mezzo alla carreggiata, e una macchina mi prendesse in pieno staremmo tutti meglio. Io in primis, ma anche tutti quelli che mi stanno loro malgrado intorno”.
E’ orribile? Sì. Sono una persona terribile perché persone a cui è successo non lo pensavano minimamente? Probabilmente sì. 
Ciò nonostante questo era il pensiero fisso finchè non sono arrivata al parchetto vicino a casa mia, mi sono lanciata su una panchina -pioggia scrosciante come nei veri film drammatici compresa- mi sono fatta il mio piantino disperato da persona completamente fuori di testa e mi sono data una calmata buttando fuori tutto quello che avevo accumulato.
“Ma che ti è successo, Sara?”
Me l’ha chiesto anche un signore poco fa in mezzo alla strada. Effettivamente vedere una ragazza all’una di notte che vaga per la città piangendo come una cretina non deve fare un bell’effetto.
Cos’è successo?
Niente, ahimè. 
Situazioni normalissime che però su di me hanno un effetto completamente destabilizzante. A volte penso che se avessi davvero dei motivi per stare da cani sarebbe meglio, poi mi rendo conto di essere una persona orribile.
Diciamo che pensavo che stando con determinate persone il mio umore sarebbe stato super high e quando mi sono resa conto che non c’entrava un emerito pene la compagnia mi sono impanicata-affossata-non so che altro.

Ho anche realizzato che effettivamente per riempire tutto quello schifoso vuoto interiore mi sono gettata ancora una volta nel cibo, cosa che effettivamente fino ad adesso avevo fatto quasi inconsciamente.
Non mi ero mai resa conto davvero di quanto avessi bisogno di sentirmi coccolata da qualcosa per colmare un’altra mancanza. Ecco come ho preso cinque chili nell’ultimo anno, mannaggia alla peppa e alla peppina. 
Però giuro, se non avessi avuto quel trancio di pizza nei due chilometri di strada che ho fatto penso sarei uscita completamente di senno, quindi CHISSENE FREGA, ne avevo bisogno, ho mangiato, amen.
Non andrò in palestra domani, al momento il punto focale è sopravvivere. Quindi al diavolo i chili in più, il senso di colpa per aver magnato ‘na pizza all’una di notte, mi ha fatta stare momentaneamente meglio quindi ne è valsa la pena. Quando sarò mentalmente meno instabile probabilmente potrò prefiggermi obiettivi tipo “non mangiare dieci miliardi di carboidrati la sera”, stasera mi limito ad arrivare a letto.

Ho circa diecimila pensieri al momento che si agitano nel mio microscopico cervello. Come fanno a starci tutti? BOH.
Non riesco a memorizzare una formula di matematica ma a quanto pare ogni parola pronunciata da determinate persone negli ultimi due anni sono immagazzinate lì dentro, impossibili da rimuovere.
Ma vaffanculo, cervello cretino. 
Poi mi chiedo perché non passo gli esami…

Eeee niente. Questo post un po’ inutile era per descrivere una serata del cazzo, iniziata bene e finita nel mio solito melodramma psicologico, perché suppongo che a un certo punto smetterò di stare così, le medicine faranno effetto, il mio modo di prendere e gestire la vita cambierà, le persone intorno a me capiranno, il vuoto diventerà meno enorme eccetera. 

Keepiamo tutti calm e andiamo avanti, che se no è la fine. 

Hasta luego, spelacchiatini.

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La Sara depressa: accettazione

Okay, questo post è un po’ una prova per me.  
Questa è una di quelle sere, quindi devo trovare qualcosa da fare per distrarmi e visto che l’altro post è stato apprezzato e leggere i vostri commenti mi ha fatto sentire tanto bene ho deciso di riprovare a parlarne.
Che poi anche in questo momento mi rendo conto che c’è gente che è messa peggio di me, pensate quella povera donna che sta con Salvini… Se ce la fa lei a tirare avanti lo posso fare anche io.
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Per sdrammatizzare questo post ho deciso di inserire gif a mio parere divertenti qua e là senza alcuna logica.
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Una delle cose che mi è stata più detta dalla mia famiglia e dai miei amici è stata: “Ma non sembri avere un problema.”

Ecco. Lo so che non sembra.
Lo so che è orribile pensare di non conoscere nemmeno tua figlia. Lo so, e mi dispiace tanto. 

Quando sono con altre persone è come se si attivasse un meccanismo di difesa che mi rende ancora più scema. Non parlo mai di me, i miei problemi non esistono. Ascolto tanto, un po’ perché mi piace e un po’ perché egoisticamente parlando ascoltare altri mi distrae dal buco nero che a volte sembra aprirsi dentro di me risucchiando tutte le cose belle e anche quelle decenti.
Insomma, è più facile ascoltare.
Ma allo stesso tempo rendermi conto che nessuno si sia mai accorto di come stessi realmente mi ha fatta sentire sola al mondo.

Risultati immagini per salvini gifHo cominciato a pensare di avere un problema molto tardi, ci ho messo veramente un sacco ad accettare anche solo l’idea di avere qualcosa che non va a livello mentale. Aspettare non ha aiutato, quindi io ve lo dico spassionatamente: se non vi sentite bene agite subito. Se poi è davvero solo un periodo del cazzo meglio ancora, ma non aspettate. 
Si dice “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” e in effetti io non volevo sentire nè vedere, piuttosto mi sarei ascoltata Justin Bieber a manetta ininterrottamente per una settimana. Però succedevano cose e in reazione io sentivo cose, pensavo cose e di fare cose, e non andava bene. 
Piangevo ovunque, praticamente ogni volta fossi sola. Sul treno di ritorno dall’università, in centro mentre tornavo a casa, in libreria, nell’ascensore per andare dal marmocchio a cui dò ripetizioni… Ovunque. Spessissimo.
C’erano settimane in cui succedeva ogni giorno, altre in cui stavo benissimo e mi dicevo “Okay Sara non fare la deficiente, era un momento no. Succede, è passato.” 
Ma no, non passava proprio per niente, dopo un mese ero di nuovo in bagno col mascara sbavato e il naso rossissimo mentre gli altri mangiavano totalmente ignari del mio disagio.

Risultati immagini per adinolfi gifInsomma, non andava bene. E io così ho passato non mesi ma anni; su e giù, solo che ogni momento giù era sempre peggio di quello precedente.
Poi nell’ultimo anno sono successe veramente un sacco di cose che mi hanno destabilizzata; c’è stata un’escalation di persone e situazioni che mi hanno fatta esplodere come un candelotto di dinamite in un episodio di Willy Coyote e mia sorella ha scoperto che effettivamente la sua sorellina scemetta ha un lato nascosto non poi così piacevole. 
Parlarne ad alta voce con qualcuno ha finalmente smosso qualcosa, è come se l’avesse reso più reale, quindi il giorno dopo averne parlato con lei ho chiamato e preso appuntamento da un esperto.
Risultati immagini per gif brunettaVorrei dire che da quel momento le cose sono cambiate radicalmente e che ora sono una persona felice che sgambetta nei prati come Heidi, che sto bene, che non penso più di voler semplicemente non esistere in una vita che non ho scelto io di vivere… Vorrei dire tutto questo, ma non sarebbe vero per niente. 
Sicuramente parlare con un’esperta mi sta aiutando a mettere a fuoco certe cose della mia vita e sapere di star facendo qualcosa per cercare di mettere a posto quello che c’è da aggiustare mi da un minimo di speranza.
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Però poi ci sono serate come questa e niente può farle cambiare.Devo aspettare che passino da sole, come un temporale di disperazione senza senso che deve fare il suo corso.

Ordunque per stasera basta ammorbarvi con queste cose, spero che il vostro sabato sera stia andando molto meglio del mio.

 

 

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La Sara Depressa, questa sconosciuta

Ahh, che fatica. A volte essere vivi è una fatica pazzesca, vorrei essere uno degli zombie di The Walking Dead o meglio ancora il Night King del Trono di Spade.
La mia psicologa mi ha definita “un cubetto di ghiaccio sofisticato“, il che mi ha fatto ridere finché non mi sono accorta di quanto calzasse il paragone.
Allora ho riso ancora di più.
Ogni tanto penso sia giusto ricordare anche su questo blog che esistono disturbi mentali, disturbi dell’umore, disturbi in generale (e poi ci sono disturbatori, tipo Salvini o Adinolfi, ma quella è un’altra cosa) perché  ogni tanto leggendo i miei post cretini qualcuno mi scrive che sono super simpatica (ma quando mai) o super forte (men che meno) o che devo essere una persona spassosissima da avere intorno. 

Ecco, no.
Sono un gatto attaccato alle balle la maggior parte del tempo, chiedete ai miei amici. 

E anche loro sanno solo un decimo di tutto il marasma che ho dentro, e vi assicuro che è un marasma molto confusionario.
Un momento sprizzo gioia da ogni poro dilatato che mi ritrovo, quello dopo sono sdraiata per terra a fissare il soffitto pensando che l’universo dovrebbe soltanto inghiottirmi e porre fine alla mia esistenza; poi sono di nuovo allegra e spensierata e dopo mi sto guardando i video di Berlusconi al Parlamento Europeo piangendo disperatamente (sicuramente le due cose sono legate, devo ancora capire come).
A volte sono iperattiva e poi passo mesi senza guardare nulla, leggere nulla, ascoltare nulla, perché l’idea di concentrarmi su qualcosa per piu di dieci secondi mi snerva al punto di farmi quasi impazzire. 

Che poi io sia già pazza di mio è un altro discorso, non fate i puntigliosi.

E’ bello quando qualcuno parla così seriamente di problemi veri, eh? 
In realtà ogni tanto porto a galla questo discorso perché penso che sia giusto dare un po’ di visibilità alle cose.
Se una scema scrive boiate semi-divertenti non vuol dire che sia necessariamente una persona felice, così come una persona che voi vedete ridere e sorridere tutto il giorno non è detto non abbia demoni interiori che lo stanno smaciullando come il Demagorgeon di Stranger Things ha fatto con Barb. Ops. 

Mi rendo conto che addirittura per i miei amici è difficile capire.
Lo vedo in prima persona, dal modo in cui mi guardano e mi rispondono quando racconto loro dei miei momenti più bui.
Loro mi guardano e vedono la Sara Cretina, quella che fa battute sceme, che beve come una spugna, e poi quella che piange; ma finisce lì.
Per loro non esiste la Sara Depressa, è una cosa che non hanno mai visto.
Ne sentono parlare, di questa fantomatica Sara Depressa, ma non l’hanno mai conosciuta quindi è facile pensare che non esista.

Me la sono inventata.
Esagero. 
E va bene così, da una parte è giusto che per loro sia una cosa così lontana da risultare inesistente. Però quella Sara c’è, a volte si sfoga scrivendo puttanate, a volte non riesce ad alzarsi dal letto per giorni, a volte è così intrattabile che deve isolarsi da tutto e da tutti. A volte vuole solo smettere di esistere, a volte si sente così vuota da farsi quasi paura. 
Insomma, evidentemente una persona è difficile da conoscere davvero, motivo per cui io tendo a farmi i cazzi miei e non dare giudizi su nessuno. 

La Sara Depressa stasera era di un umore così cupo che Meredith Grey in confronto è una persona felice e amante della vita. Ora va vagamente meglio, non vi preoccupate. Il codice bordeaux è rientrato, ora siamo solo in codice arancione scuro. 
Non come domenica -Pasqua- quando sono arrivata al pronto soccorso in codice verde passando la giornata lì rovinando le feste al parentame… ma anche questa è un’altra -triste- storia.

Penso di poter finire qui questo post un po’ sconclusionato, scusate se è stato diverso dalle solite castronerie, sentivo di dover dire qualcosa su questa tematica e probabilmente lo farò anche in futuro, sporadicamente. 

E voi come ve la passate? Riuscite a prendere “seriamente” i disturbi mentali o è una di quelle cose che vi spaventa o vi mette a disagio? (no perché a me tutt’ora spaventa e mette a disagio, quindi figuriamoci…). 
In ogni caso stay strong, stay spelacchiati. 
Alla prossima!

 

 

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Serialmente parlando: 13. E riflessioni varie

Esorcizzo il non saper come scrivere questo post dicendovi chiaramente e apertamente che non so come scrivere questo post.

Non so nemmeno da dove partire, quindi vado random.

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Alllllooooora, tutti stanno parlando di 13, la serie tv tratta dal romanzo di Jay Usher “13 reasons why”, del 2007, edito in italia dalla Mondadori.

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Al ritorno dalla scuola, Clay Jensen trova davanti alla porta di casa un pacchetto indirizzato a suo nome, senza mittente. Dentro al pacchetto ci sono sette audiocassette numerate con dello smalto blu e una piantina della città. Durante l’ascolto Clay scopre che a registrarle è stata Hannah Baker, la ragazza di cui lui è stato sempre innamorato, ma che si è suicidata due settimane prima della consegna. Hannah aveva registrato tredici vicende della propria vita, una per ogni lato, raccontate dal suo punto di vista e ognuna dedicata ad una singola persona con la quale aveva avuto a che fare. Le tredici vicende rappresentano i tredici motivi per cui la ragazza ha deciso di suicidarsi. Clay comprende di essere anche lui uno dei tredici motivi e ascolta uno ad uno i racconti per capire quale ruolo ha svolto.

Qualche anno fa ho letto il libro e non mi era piaciuto. Hannak Baker mi stava quasi antipatica, i tredici “motivi” mi erano sembrati deboli, la scrittura di Usher non mi aveva accattivata, in generale mi sembrava troppo infantile rispetto al tema trattato.
Ora c’è abbiamo Netflix, un nome una garanzia, e anche stavolta hanno fatto un lavoro molto molto buono nella creazione di questa serie, nella gestione del tempo, degli episodi, dei personaggi. Ottima scelta del casting, tra l’altro: Dylan Minnette che interpreta Clay Jensen (che, tra parentesi in ogni senso, è del ’96 e la cosa mi turba assai) è sicuramente una giovane promessa del teatro recitativo attuale, e il migliore in questa serie. Bravissimo.

Io direi che la parte tecnica della serie è, come tutte quelle netflixiane, buonerrima; però anche un filo banalotta. Nel senso… I flashback con la luce calda e il presente con la luce fredda credo di averli visti tipo duecentomila e il modo di narrare le tredici storie dopo un po’ diventa noioso, ma c’è un non so che che acchiappa quindi le puntate volano, il fastidio verso alcuni personaggi schizza alle stelle e l’amore per Justin sale.c8xq8bjxkae2ifz
… no? Sono l’unica a cui piace Justin? Ma a parte che l’attore è tanto carino, è il personaggio più complesso tra tutti, su cui mi sarebbe piaciuto avere un approfondimento.

Bella l’idea di mostrare i genitori di Hannah annaspare e cercare di rimanere a galla nel mondo di dolore in cui sono precipitati, bravissima Kate Welsh (che per me rimarrà sempre Addison Montgomery di Grey’s Anatomy) e Brian D’arcy James, che mostrano due modi diversi di sopravvivere a un dolore così grande.

Un dieci va alla colonna sonora! Tutte belle canzoni appropriate ad ogni momento, non oso immaginare il lavoro dietro a queste scelte. Good job!

Riflessioni sparse 

Partiamo dalla petizione per far vedere questo film in tutte le scuole. Secondo me è una pessima idea, davvero pessima. Perchè? Perché il messaggio che manda questo telefilm non è abbastanza chiaro e netto: il suicidio non è la soluzione. Per capirlo bisogna avere una certa maturità, maturità che sicuramente ragazzini delle medie o dei primi anni delle superiori non hanno. In più pensate se a vedere la serie fosse un ragazzino bullizzato, traumatizzato, depresso. Questo ragazzino vede una serie in cui ci si concentra sugli “aguzzini” e non sulla vittima; in più una volta morta Hannah, che non ha trovato altra via di uscita (quindi non esiste?) tutti le hanno dato importanza. E’ davvero questo che volete far vedere a dei ragazzini?
Io no. Altri film sul suicidio? Sì, ma che trattino l’argomento con più competenza.

E ora la parte difficile. Diciamo che ci sono momenti in cui io personalmente finisco in luoghi molto oscuri di me; passo momenti in cui l’unica cosa che vorrei è sparire, mi sento lontana da tutto e da tutti, mi siedo nella doccia e piango sotto l’acqua calda. 
Questa cosa si chiama depressione, ed è anche causa di numerosissimi suicidi.
Quindi qualcosa lo so, per esperienza personale.
Hannah però non viene dipinta come una ragazza depressa, “solo” una ragazza a cui capitano cose brutte… Ed è qui che la cosa si fa strana. Perché la depressione non è l’unica causa di suicidio, ma nel caso di Hannah è quella più probabile; solo che non viene dipinta come una ragazza con un disturbo da poter curare, e quindi un modo di uscirne.
In più, se sei depresso non fai una lista di motivi per cui sei depresso: non sai perché ti senti così male, non sai perché il mondo sembra pallido, in bianco e nero, e tutto appare sfocato, come se la vita ti sfiorasse appena invece di investirti con la sua potenza.

Altra cosa è che il tentativo di suicidio di Alex è abbastanza prevedibile: i suoi continui riferimenti a farla finita e alla morte sono molto espliciti.
Eppure, nonostante ‘sti dodici cretini protagonisti dovrebbero aver imparato qualcosa, non fanno nulla. E lo stesso vale per qualunque altro studente/docente: i poster alle pareti, le lezioni sulla prevenzione eccetera si sono rivelati inutili.
Anche Justin ha detto di essere arrivato a un soffio dal buttarsi in un precipizio (o qualcosa del genere, non ricordo). E allora? Cosa può mandare a un ragazzino? 
A me sembra molto brutto, sinceramente.

Sono giunta alla conclusione che il problema fondamentale di questa serie è che non ha ben chiaro il suo target. E’ a metà tra un teen drama e qualcosa di più serio, il che è pericolosissimo: se non hai chiaro il pubblico a cui vuoi rivolgerti non sai quanto puoi spingere e quanto puoi osare, e il risultato in questo caso è un ibrido che non funziona.

Le scene migliori sono infatti quelle più violente: hanno ritratto in maniera incredibilmente vivida, seria e realistica la violenza sessuale e il suicidio, il che mi fa pensare che se avessero tenuto questo tenore per tutte e tredici le puntate sarebbe stata una serie coi fiocchi.

E voi cosa ne pensate? So di essere una delle poche a cui questa serie non ha convinto, quindi sono curiosa di sentire le vostre opinioni e argomentazioni.
A presto, spelacchiati, con argomenti meno impegnativi!

 

 

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Penny Dreadful: piangnisteo per una serie perfetta

*prende un respiro profondo*

Cercherò di non inondare il Mac di lacrime mentre scrivo questo post, ma se ci saranno più errori di battitura del solito sappiate che, con ogni probabilità, saranno dovuti agli occhi appannati e alla tastiera annacquata.

Se seguite il blog da abbastanza tempo saprete che una delle mie serie tv preferite è Penny Dreadful, che è finita sabato scorso.

Con una maratona incredibile in due giorni di malattia ho recuperato le nove puntate della terza stagione e ora ho un senso di vuoto alla bocca dello stomaco: cosa ne sarà di me ora che Vanessa Ives e tutta la combriccola sono usciti dalla mia vita?

Ma smettiamo di fare i melodrammatici e parliamo di questa stagione. Gli spoiler ci saranno, eccome se ci saranno, ma nella seconda parte del post, ben avvisati.

La terza stagione si apre con Vanessa Ives che si sta lasciando andare alla disperazione più cupa; non mangia, non esce di casa, quasi non esiste. Distrutta dalla partenza di Ethan e abbandonata anche dal signor Malcolm, la donna si sta chiudendo sempre più in sè stessa. Sarà il signor Lyle a farla tornare alla vita consigliandole una specialista, che effettivamente la aiuterà nel suo percorso di ricerca della felicità. O qualcosa di simile. Sappiamo che per Vanessa la felicità è un’utopia.

Nel frattempo seguiamo anche Ethan, in viaggio con l’ispettore verso il Messico dove verrà giudicato. O dove si ricongiungerà con il padre, a seconda degli eventi. Non sa che seguirlo a distanza ravvicinata c’è una vecchia conoscenza, la stregha Achathe, che ancora non si sa se gli sarà amica o nemica.

Il signor Malcolm, invece, è di ritorno dall’Africa dove ha finalmente seppellito suo figlio, e sulla nave incontra un vecchio Apache che molto elegantemente gli fa capire di aver bisogno di lui: puntandogli una pistola contro gli dice infatti di aver bisogno di aiuto per cercare Ethan.

Altro giro altro personagio ci spostiamo di nuovo a Londra, dove Victor ormai ha sviluppato una certa dipendenza dalla droga tanto che le sue occhiaie sono anche più evidenti che nelle precedenti stagioni. Chiede quindi aiuto al suo amico ed ex compagno di studi, il Dottor Jekyll. Zan zan.

Sotto lo stesso cielo ci sono anche Dorian e Lily, che palesemente hanno idee molte diverse per quanto riguarda il regnare sul mondo e bla bla bla.

Infine, uno dei personaggi migliori di sempre: John Clare. Non riesco a chiamarlo “La Creatura” perché è molto più umano di qualunque personaggio abbia mai visto. Un umano meraviglioso. Tornato dall’Antartide decide di cercare la sua famiglia: sua moglie, suo figlio Jack malato di tosse.

Queste sono le basi della stagione, da qui si districano le storyline di ogni personaggio che finiranno con l’intrecciarsi l’un l’altra in maniera sempre originale.

La terza stagione è senza dubbio la più cupa delle tre. I protagonisti ne hanno vissute abbastanza da essere disillusi riguardo la vita, l’amore, la morte, e questo si avverte ogni secondo. Sono infelici, sono soli e sono separati, sempre più vicini all’oscurità e lontani da Dio.

SPOILER SPOILER SPOILER COME SE PIOVESSERO

Smettete di leggere tra:

tre

due

uno

Addio.

Non posso dirmi effettivamente sorpresa perché, diciamocelo, da Penny Dreadful non ci si poteva aspettare un lieto fine, men che meno per Vanessa Ives, un personaggio tanto complesso quanto meraviglioso. In costante bilico tra bene e male, amata dai demoni e apparentemente ripudiata da Dio, è fin dall’inizio il personaggio più straordinario: non importa quanto sia infelice, lei è il collante che unisce tutti gli altri personaggi, che da gioia e speranza anche ai più disperati.

Non posso dirmi sorpresa, ma sono profondamente addolorata.

E la scena della sua morte, “with a kiss, with love” è perfetta.Immagine di penny dreadful, vanessa ives, and ethan chandler

Victor. Victor è stato uno dei miei personaggi preferiti, forse perché l’attore è quello che tra tutti i bei manzi presenti mi ha colpita di più: lo trovo perfetto come dottor Frankenstein.
Incapace di rassegnarsi all’idea di aver perso l’amore della sua vita, rende quell’amore la sua ossessione trasformando e distorcendo il sentimento più puro in qualcosa di sbagliato, di rotto come è rotto lui stesso. Solo alla fine si renderà conto che Lily è rotta quanto lui, e che sono tutte le crepe a renderli quello che sono, e non potrebbero rinunciare a nessuna di esse.
E farà la scelta giusta, la scelta umana, dimostrando di non essere un mostro.

Lily è un personaggio a tratti insopportabile a tratti da amare. Lei vuole iniziare una crociata contro il genere maschile arruolando tutte le donne picchiate, violentate, abusate da parte di uomini vili e senza cuore. Il perché però lo si scopre solamente alla fine, in quella che è una delle scene migliori di tutta la serie, con un’interpretazione di Billie Piper incredibile. Lily racconta di Sarah, la sua bambina. La sua bambina morta troppo piccola, troppo sola, troppo lontana dalla sua mamma.

E solo dopo averne parlato con Victor lei riesce ad andare avanti, abbandonare Dorian e cercare qualcosa di meglio per sè stessa.

Dorian… Nella sua ultima scena ho pianto. Perché il senso di solitudine che ha trasmesso è così forte che era veramente impossibile per me trattenersi.
Incapace di provare più alcun sentimento, Dorian è, come dice lui stesso, “atrofizzato”. Ha visto la sua famiglia e i suoi amanti invecchiare e morire, ha perso la concezione del tempo e ora che pensava di aver finalmente trovato qualcuno con cui condividere l’eternità, questa lo abbandona.

E ancora una volta è solo con i suoi ritratti. Per sempre.

Ethan e Malcolm mi hanno fatto tenerezza. Uno ha perso il padre e l’amore della sua vita, l’altro ha perso l’ultima figlia che gli era rimasta. In questi tre anni però uno ha guadagnato un nuovo padre, l’altro un figlio.
SIETE BELLINI ❤ E nella loro neonata famiglia credo proprio ci sarà spazio per Victor (l’abbraccio con Ethan quanto è stato carino?) e per tutti quelli che hanno avuto l’onore di incontrare Vanessa.

Di Mr Clare mi rifiuto di parlare perché la sua storia mi addolora troppo.
Che personaggio stupendo, che attore “mostruoso”.
Quello a cui va peggio è sicuramente lui, lui che ha perso tutto: la sua umanità, la sua famiglia e ora anche la sua unica vera amica, destinato a vivere per sempre nell’infelicità più sconfinata. L’ultima scena di questa serie gli spetta di diritto: solo e senza speranze si inginocchia davanti alla tomba di Vanessa regalandoci un’ultima meravigliosa poesia.

“Where are now, the glory and the dream?”