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Test cognitivi ed epilessia: cosa succede quando il risultato è “deficit” (e ti senti deficiente)

Sono giunti i risultati dei test cognitivi.

Beh.

Che dire signori, io ed il mio cervellino non siamo proprio in formissima. Siamo in forma un po’ strana, ecco. Ovoidale, tipo. Con un po’ di spigoli. Non saprei descriverlo bene, è un po’ bizzarro.

Quello che è ancora più bizzarro però sono le reazioni delle persone intorno a me quando dico che ho dei problemi cognitivi: improvvisamente tutti si sperticano in “ma non è veeeeeero” “ma magari eri staaaaaanca” “ma a me non seeeeeembra”. Ma proprio così eh, allungano le vocali in mezzo senza alcuna ragione.

E io lì ad annuire e consolarli, gli faccio “pat pat” sulla spalla, perché evidentemente realizzare che la loro figlia/amica/fidanzata è invalida e con risorse cognitive ridotte è qualcosa di tremendo che non sono pronti ad ammettere.

Per l’amor del cielo eh, nemmeno io sono pronta ad ammetterlo.

Ho guardato quei fogli per cinque minuti. Ho letto riga per riga, poi una riga sì e una no, poi leggendo una parola ogni tanto. Non ho capito niente, quindi ho dovuto ricominciare riga per riga.

E poi una volta effettivamente capito cosa ci fosse scritto… ho pianto. Siamo al terzo anno di test cognitivi: il primo anno “sono stata operata al cervello da pochi mesi, è normale che ci siano problemi, migliorerà.”; il secondo anno “è ancora troppo presto, me l’hanno detto tutti, si devono ricreare i percorsi neuronali e la ferita interna è fresca. Migliorerà.”; quest’anno guardo quelle parole, “defici” e ripenso a quando io e mia sorella usavamo la parola “deficit” sottovoce invece di “deficiente” per insultarci senza essere menate da nostro padre, che comunque un po’ voleva menarci lo stesso.

Insomma, sono ancora deficitaria sotto molti aspetti e proprio deficiente sotto altri, e onestamente non so bene cosa ne penso, nè cosa sento. Mi sono un po’ anestetizzata ora, devo aspettare un paio di giorni per uscire da questo “freeze”. E’ strano dover consolare gli altri per qualcosa che ho io, ed è strano dover spiegare agli altri che no, non è che ero solo un po’ stanca in quel momento: il mio cervello è così, punto. Difficilmente riprenderà le normali funzioni, nonostante io parli, cammini, scherzi e scriva addirittura un blog.

La verità è che la prima a non credere molto in tutto questo sono io, perché credere ai test vorrebbe dire accettare davvero l’invalidità, e sono due anni e mezzo che io ci provo ma non ci riesco. Ci vado vicino, all’accettazione: prendo il numerino, mi metto in coda, poi quando è il mio turno mi avvicino ma alla fine me ne vado. Sarà per un altra volta.

Se questo argomento vi interessa miei cari spelacchiati da scrivere ne ho a bizzeffe, cose più cretine e cose più serie, fatemi sapere! Voi invece avete cose che faticate ad accettare, per quanto vi sforziate?

E intanto… Avete qualche Film Brutt da consigliare?? Che qua la rubrica manca da un po’ troppo tempo!

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Spese mediche, cervicale e pollo Korma: come finire i soldi a metà mese

Stasera sono pensierosa. Meditabonda. Mi esce un fumetto con scritto “mumble mumble” dalla capoccia.
Sono raggomitolata sotto le coperte alle otto di sera, gelando, perché ho la febbre.

Dovete sapere che a me viene l’influenza circa sedici volte all’anno, e mi stavo domandando come mai. Sono giunta alla brutale conclusione che forse c’entra il fatto che l’ultimo frutto che io abbia mangiato è stata mezza pesca nell’82 e che l’unica verdura che mangio è quando a tradimento mi viene lasciata l’insalata nel panino.

Come dicevo, sono pensierosa. 

Ad impensieriermi al momento è il mio conto in banca, che più che credetemi non è un conto particolarmente complesso, si può fare pure a mente. 

Stavo osservando con cipiglio un po’ incazzoso la schermata dell’app della mia banca, che a volte credo mi faccia apparire meno soldi per il solo gusto di farlo. Infingarda.

Ho preso carta e penna e ho cominciato a scrivere le mie spese principali, e indovinate un po’? La maggior parte dei miei soldi vanno in salute. Medicine, visite specialistiche, visite meno specialistiche, visite che di speciale non hanno niente tranne che il costo, visite interessanti, visite pallose… Insomma, c’è un bel mix. Al momento al mixer abbiamo aggiunto delle punturine in zona cervicale perchè a quanto pare essere stata a letto per un anno mi ha fatto fuoriuscire un po’ di roba dal collo, come il Professor Raptor che si è ritrovato Lord Voldemort sulla nuca.

Altra nota dolente è il cibo d’asporto, perché oltre a pagare per le cose dolorose tipo le punture bisogna pagare anche per le cose buone. 

Lo sooo lo so, mea culpa mea culpa mea grandissima culpa MA IO AMO IL CIBO INDIANOOOOOOOO DATEMI TUTTO IL CHICKEN KORMA CHE AVETE E NESSUNO SI FARA’ MALE, GIURO! Che bello che è, di quel colore così invitante, con quel profumo meraviglioso, cotto nella sua salsa yogurt… Vorrei sposarlo e avere dei kormini da lui. 

Quindi, per farla breve, siamo a metà mese e io sono già in rosso emotivo. E a breve sarò in rosso anche sul conto. E poi sarò in rosso sangue perché mi sarò probabilmente sparata, ma non è detto: non sono sicura che in Paradiso ci sia il cibo indiano.

E voi, miei cari spelacchiatissimi, come state emotivamente e finanziariamente? Qual è la cosa più stupida che vi sta prosciugando il conto? E quella di cui siete più fieri invece?? Datemi spunti, così o risparmio o scopro altre cose in cui spendere soldi!

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Ciance sparse – Sei anni insieme: tra istinti omicidi, batterie e falò di confronto!

Sei anni.
Non “sette giorni” come diceva Samara uscendo dalla tv e terrorizzando tutta la mia generazione, ma sei anni.

Sei anni che sto col Batterino.

Non so come sia possibile, come ha fatto a passare tutto questo tempo?
Ridendo e venendo operati al cervello guarda te come passano gli anni, oh.
In questi sei anni io e il signor Batterino direi che ci siamo molto supportati, sopportati, amati e anche… odiati.
Sì, esatto! Qualcuno deve pur dirlo! Perché io quelli che con gli occhioni giganti da cerbiatto dicono a tutti “nooo, ma io e lui/lei non litighiamo mai! Mai mai mai! Andiamo sempre d’accordo, non abbiamo mai battibeccato!”

MA ANDATE A CAGAREEEEEEEEEEEEEEEEE!

L’unica cosa che può rendere vera questa frase è se uno dei due è gonfiabile, e comunque anche così non sarei troppo convinta.

Posso capire il non fare scenate, perché se si è persone abbastanza decenti effettivamente si discute senza lanciare piatti e bicchieri qua e là, ma questo “non litighiamo mai” che aleggia su alcune coppie mi sa proprio di finto. O di corna, ma questo è un altro discorso.

Cioè, siamo seri… Io a volte il Batterino lo detesto.

Lo odio dal profondo dell’anima.

Vorrei prendere due piatti della batteria e suonarglieli in faccia.

Anche nelle situazioni normalissime eh, non è che dobbiamo aver litigato.
A volte capita che siamo a cena con amici, lui è gasato come una bottiglietta di San Pellegrino e… parte. Parte per la tangente. Un aneddoto di venti secondi sul fatto che siamo andati a vedere un Pinguino De Longhi diventa un’ora di monologo, e io lo guardo riuscendo a pensare solamente a cosa succederebbe se prendessi un bicchiere e glielo infilassi in bocca a mò di becco.

Di notte, quando mi sveglia russando come un orso e io non riesco a riaddormentarmi, ho un forte impulso di prenderlo per la caviglia e trascinarlo sul pianerottolo.

Per non parlare di quando si smangiucchia le unghie, Dio me ne scampi. E lui scappi, piuttosto, perche prima o poi gli trancio le falangette e poi voglio vedere cosa cazzo si mordicchia!

E poi diciamolo… Ci sono periodi in cui davvero non va. 

Non va niente, non va la relazione, e tu ti chiedi cosa stiate facendo, se sei felice, se ha senso continuare, se rimani solo per paura della solitudine. Ti chiedi se lui stia pensando le stesse cose, o se le abbia provate in momenti diversi. Ti chiedi quando avete cominciato a perdervi, come sia successo, perchè. 

Poi gli chiedi un falò di confronto come in Temptation Island, e parlate, parlate, parlate. E soprattutto ascoltate, ascoltate, ascoltate. 

E in gran parte, migliorate. Come coppia.

Quindi… Non credete a chi vi dice che non ci sono mai problemi. Le crisi vanno e vengono, per tutti. Se non sono ancora arrivate arriveranno. Non sarebbero una coppia, senza momenti da superare insieme.

E così, io e il Batterino abbiamo festeggiato sei anni insieme. Sei anni di silenzi, di rabbia, di delusione. Ma anche sei anni di risate (tantissime), comprensione, complicità, amore, stima. 

Io non so se io e il Batterino staremo insieme per sempre, so che per ora va bene così.

E voi miei cari Spelacchiati… litigate?! Raccontatemi qualche aneddoto o qualche pensiero omicida che vi è passato per la testa dai!

Hasta la pastaaaaaaaaa

Ciance sparse, anzi, sparsissime: https://pensierispelacchiati.org/2026/08/25/ciance-sparse-dallo-zaino-londsdale-al-cellulare-aziendale-di-cui-non-ricordo-il-pin/

quando ti senti solo e scleri: https://pensierispelacchiati.org/2026/08/20/la-solitudine-dei-numeri-due-ovvero-quando-nessuno-ti-risponde-e-tu-impazzisci/

Se vuoi lamentarti anche tu della gente che ha visto “L’Odissea” : https://pensierispelacchiati.org/2026/08/17/andare-al-cinema-e-unodissea/

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La solitudine dei numeri due. (ovvero quando nessuno ti risponde e tu impazzisci).

Un attimo sei lì, sdraiata sul letto. Il PC ti sta fondendo i femori, il ventilatore sposta aria calda mista a fiamme e tu non hai programmi per la serata. All’improvviso, senza preavviso, succede: ti senti la persona più sola sulla Terra.
Neanche ET quando era qua si è sentito così.
E la mente fa quel salto logico del tutto irrazionale: “se stasera non ho una cena, un gioco da tavolo o un aperitivo, significa che tutti mi odiano”. Semplice.
Non c’è un motivo, non hai discusso con nessuno. Succede e basta.
Allora prendi il telefono. Rispondi a messaggi vecchi di tre giorni lanciando domande aperte a caso, scrivi a gente che non senti dal 2018, mandi reel su Instagram che non ti fanno manco ridere.

Ma non risponde nessuno.

Perché nessuno risponde in venti secondi, ovviamente; per la tua testa, però, quel silenzio è la prova definitiva: ti hanno dimenticata. Sei nell’oblio dei reietti. Il tuo nome verrà dimenticato per sempre.
L’unica cosa che ti rimane è un lavoro che odi, una vita di sventure e nessuno con cui lamentartene.

Poi, la svolta epica, hai un guizzo di rivalsa: ti dici che devi cambiare vita, trovare un altro lavoro, riappacificarti con quelli che ti hanno ferita nell’era del Cretaceo rubandoti lo stegosauro che avevi puntato tu, andare un Uzbekistan, comprare un emù, dondolarti da una liana a Bali o fare il rodeo su un rinoceronte… Il mondo è pieno di possibilità!
E così sei lì: sudata, in mutande, a valutare se affogare la frustrazione nella Nutella, sprizzando una rabbia stizzita e completamente priva di senso (“Ma sai che c’è? Sticazzi se non mi vogliono!”).

Poi succede.

Bzz. Il telefono vibra.

Arrivano le notifiche. Risposte normalissime. Nessuno ti odia, nessuno si era dimenticato di te. Il tuo stomaco si scioglie, il tempo ricomincia a scorrere e la vita torna a fare un po’ meno schifo.
È durato tutto un’ora.

Ditemi che succede anche a voi o devo direttamente chiamare uno bravo, ma forse anche due bravi.Per non sbagliare, facciamo tre.
Fatemi sapere, miei cari spelacchiati, io intanto rifletto e dubito di me stessa (come ogni giorno).

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Andare al cinema è un’Odissea!

Potreste non averlo notato, ma è uscito un film sull’Odissea.
Mi rendo conto che è passato un po’ in sordina quindi non so se l’avete visto o meno, non vi preoccupate.
Con l’uscita del film le persone si sono trasformate.
Quando era uscito Jurassic Park erano diventati tutti paleontologi esperti di comportamenti di brontosauri e pterodattili. 
Con Mission Impossible erano tutti spie.
Con Il Signore degli Anelli c’erano solo maghi oscuri o hobbit.
E ora abbiamo una popolazione intera di archeologi navali e gente che non ha fatto altro che studiare l’Odissea per tutta la vita, persone che a quanto pare te la sanno decantare in tutti dodicimilacentodieci versi.

MA ANDATE A CAGAREEEEEEE! Ma io mi ricordo le ore di epica, erano quelle durante le quali il più attento era quello che giocava all’impiccato con il compagno di banco! Gli altri infilzavano la gomma con la punta del compasso! 

“Tsk, quegli elmi non sono di stampo greco”
“Eh, si vede lontano sei miglia che quelle navi sono di un’altra epoca”
“L’armatura di Achille non è accurata”
“Le anfore non erano così” 
“I ciclopi erano piu alti”
“Le sirene erano più intonate”
“Odisseo aveva più peli sul culo”
…
Signori
Signori miei
Non fatemi diventare scurrile per favore.

Io giuro che se qualcun altro mi parla di μῆτις e ὕβρις (con questo esatto tono incomprensibile impazzisco, ma andate a cagare doppiamenteeeeee) prendo una sardina poco storicamente accurata e lo schiaffeggio. Perché proprio una sardina? Non ne ho idea, è il primo pesce che mi è venuto in mente.

Ma solo a me pare che ormai si vada al cinema per trovare gli errori? Tipo “Settimana Enigmistica”, però per persone pallose. Non dovete trovare le differenze, potete rilassarvi!
Oppure hanno tutti questa innata voglia di correggere il regista.
Ma regà, nella mia umile opinione anche Christopher Nolan e il suo staff sanno che cazzo di elmi venivano usati all’epoca.
E gli elmi, e le armi, e le navi, ESTICAZZIIIII! 

Ma io sto guardando un documentario con commento di Piero Angela o sto guardando un film? 
Signori miei, consiglio spassionato da parte di una persona che vive male anche respirare: calmatevi. Prendetevi le goccine. E’ un film.
Che questo film vi piaccia o meno, importa solo a voi, a vostra madre e a qualche amico che farà finta di ascoltarvi.

Che poi per carità se ne può parlare e disquisire tra amici nelle serate estive, è il bello del cinema, ma io non posso ritrovarmi i social invasi di analisi cinematografiche da parte di chiunqueeeeeee non vi sopporto piùùùù! Mi sento come quando Taylor Swift era in tour e trovavo solo video dei suoi live in ogni angolo del mio telefono, anche negli anfratti più oscuri (e il mio telefono è pieno di anfratti oscuri).

Però io una cosa da ridire ce l’ho.
Lo so, ho passato dieci minuti a inveire contro chi corregge i film e poi lo faccio anche io.
Ma io mi rompo le balle per chi fa il sapientino sulle forme dei capitelli, delle scalinate, del piumaggio degli elmi, mica per chi dice che… 

Il cane. Il cane Argo, che è una delle poche cose che mi ricordavo davvero dell’Odissea.

MA TU NON PUOI FARMI VEDERE ULISSE CHE PRENDE UN CUCCIOLO DI COCKER E POI DIRMI CHE E’ DIVENTATO QUEL SACCO DI PULCI RANDAGIOOOOOOOO! MA NON E’ POSSIBILEEEEEEE CHE CAZZO GLI E’ SUCCESSO, HA INCONTRATO PURE LUI CIRCE E L’HA TRASFORMATO!? CHE CAZZO E’ QUELL’AFFAREEEEE?!

Beh insomma, in parole povere, a voi è piaciuto o no “L’Odissea”? Se usate più di cinquanta parole vi elimino il commento, sappiatelo

Hasta la pasta miei cari spelacchiati poco storicamente accurati!

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Alla ricerca del PUK perduto.

Prima mi si è spento il cellulare.

“Esticazzi” direte voi, e avreste pure ragione, a chi non si spegne ogni tanto; l’ho riacceso ed è comparsa la solita schermata: inserisci il pin.

Ho inserito il pin.

Errore. Ancora due tentativi.

Qui cominciavo a sentirmi un po’ come Tom Cruise in qualunque film in cui salva il mondo, ma ho inserito di nuovo quel merda di pin, che è una delle poche cose che mi ricordo nella vita oltre al nome di mia mamma -o almeno l’iniziale del suo nome, perché ho un ciondolo con una “C” incisa che mi impedisce di dimenticarla- e mi ha dato nuovamente errore.
Ero perplessa.
Io nella vita ho tre certezze: Vannacci fa schifo, i mirtilli sono costosi e il mio pin.

Terzo tentativo, game over, compare una richiesta che non vedevo dal 2008: sim bloccata, inserire il puk. 

Avete presente quando per errore cliccate “like” a un profilo di qualcuno che state spiando e per un attimo non vedete più niente perché il vostro cuore è esploso? Ecco. Io poco fa. 
Cosa cazzo significa che devo inserire il puk? E soprattutto, dove diamine lo dovrei trovare il puk!?

Alla fine, dopo mezz’ora di puro delirio in cui ho imprecato così tanto che per poco mia madre non mi ha sciaquato la bocca col sapone, il puk l’ho trovato. Non so come, non so come, però ce l’ho fatto. L’antico puk che andava tratto in salvo è stato tratto.

Però ci sono stati attimi di terrore in cui mi sono chiesta: ma cazzo, questo telefono riconosce le mie impronte, la mia mimica facciale, sa quando mi deve venire il ciclo, probabilmente conosce il mio stato emotivo minuto per minuto… Ma io devo andare a ripescare un codice di dieci cifre altrimenti devo tornare a mandare i messaggi coi piccioni!?

Insomma, ragazzi, morale della favola: tatuatevi pin e puk da qualche parte. 

Non si sa mai. 


E voi avete mai perso le credenziali di qualcosa di fondamentale?!
Hasta la pasta, Spelacchiati!

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Quando vai a comprare: tipi di commessi.

Tipi di commessi

Disclaimer: io vi capisco. Sono stata una di voi. Non so bene che tipo di commessa fossi, ma lo fossi.
Quindi capisco che a volte la voglia di veder entrare una cliente sia un po’ come ricevere una randellata sul ginocchio già scricchiolante. Però potreste almeno fingere di avere un’anima.

Io, cliente, sto già girando come un BayBlade impazzito saltando da un camerino all’altro, sentendomi un tricheco col doppio mento ogni volta che mi guardo allo specchio. E poi devo incontrare…

Lo scazzato.
Classico. Comprensibile, in effetti.
Tu entri nel negozio e lui pensa chiaramente: “macheccazzovuolequesta, che mi ha pure fatto registrare un’entrata dal contapersone”.

Sbuffa. Scuote la testa come fanno i cavalli quando una mosca si appoggia sull’orecchio.
Tu ti avvicini e lui rotea gli occhi, poi fa finta di cliccare qua e là col mouse.

Aspetti un attimo, sperando che smetta di fingere di essere impegnato, ma lui comincia a schiacciare tasti a caso sulla tastiera. Prende penne, fa scarabocchi, le lancia. Corre qua e là. Afferra uno straccio, lo sistema, lo risistema, ci sputa sopra senza motivo, a un certo punto sembra stia preparando un intervento chirurgico.

Ma tu, indomita, rimani lì. Un po’ timida, un po’ preoccupata per la sua salute mentale.

“Mi perdoni, potrei cortesemente chiederle—”
“No.”
“Ma—”
“Non ce l’ho.”
“Ma non sa neanche—”
“È terminato ieri.”

Perfetto. Grazie. Buona vita.

Poi ci sono i chiacchieroni.

Per carità, è bello sapere che nel mondo c’è ancora qualcuno felice e contento di fare il suo lavoro. Ma io sono una procrastinatrice seriale, mi sono ridotta all’ultimo per comprare un regalo e andare a una festa, possiamo andare al sodo?

Chiedo un braccialetto e parte il racconto, l’epopea. Nemmeno Omero narrava così bene.

“Oh sì, ne avevo uno simile che ho acquistato in una boutique nel 1238, era una giornata di sole, me lo ricordo perché avevo messo un vestito giallo a pois viola, i collant color topo ed ero innamorata di Sinbad all’epoca…”

Prima di tutto: che cazzo di gusti ha, signora?
In secundis: ma a me che me ne frega, tu impacchetta tutto.

Poi c’è il passivo-aggressivo.

Lui si comporta come me dopo una lite col Batterino.
Non è apertamente antipatico. Però c’è tensione nell’aria. Astio. Un giudizio silenzioso che ti sfiora come una corrente fredda.

Tu entri e loro sorridono. Ma non è un sorriso. È quello dello Stregatto. Una tagliola di denti.

“Deve proprio provarlo? E va bene, allora venga…”

E si appoggia al muro. Ti fissa. Non per aiutarti. Per punirti.

“Oh sì, questo modello sulle donne incinta è carinissimo!”

E nelle tue orecchie riecheggia il suono del cucchiaio che raschia sul fondo del barattolo di Nutella.
Perché tu non sei incinta. Hai solo la panza.

“Sì, per indossare quello bisogna avere delle cosce che riempano, altrimenti fa un brutto effetto.”

Senta, prenda un coltello e me lo piazzi nel petto, dai. Farebbe meno male di così.

Poi, quando è soddisfatta, se ne esce con un generico:
“Sì, questo modello valorizza molto.”

Ma valorizza cosa?
Cosa stai dicendo?
Sembro un ippogrifo con i leggins, me ne rendo conto da sola.

“Mah, non so, mi sento un po’—”
“Forse una taglia in più le starebbe anche un po’ meglio, sa?”

SO.
GRAZIE MILLE.
LEI NON LO IMMAGINA MA PER ENTRARE HO SMESSO DI RESPIRARE E HO SQUARCIATO LA CUCITURA.

E con l’autostima distrutta e un paio di leggins che non metterai mai esci, ripromettendoti che non mangerai più la Nutella a cucchiaiate.

Ma lo fai appena torni a casa.


E voi, miei cari Spelacchiati, che tipo di commessi siete? Siete malvagi? Gentili? La personificazione del Male assoluto? E quali addetti vendita non sopportate?
Narratemi, orsù dunque, che qua sto annegando tra lavoro, visite mediche e una gran voglia di andarmene in Paraguay! Vi aggiornerò presto, quando avrò qualcosa di sensato da dirvi 💖

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Come rimettere in sesto la vita. Spoiler, non ci riuscirò.

Buongiorno miei cari spelacchiati, oggi io da brava persona epilettica che sta vivendo un momento di crisi mistica ho preso una decisione.
Ho deciso di provare a rimettere in sesto la mia vita. Anche in settimo, se riesco.
Cioè, provarci.
Cioè, iniziare a provarci e vedere cosa succede.
Cioè, iniziare, provarci, distrarmi, dormire, piangere e mandare tutto all’aria.

Ma intanto ho fatto una lista. Una grande e potente lista di obiettivi settimanali.
Li raggiungerò? Ovviamente no. 
Ne raggiungerò almeno la metà? Non credo.
Ma averli scritti mi fa pensare che potrei provarci davvero, questo finché domani non ricorderò quale sia il file e lascerò perdere tutto

Bere come una spugna.
Qualcosa mi dice che bere un bicchiere d’acqua in sette ore d’ufficio non va benissimo.
Mi sento una prugna secca. Un cactus morto. Credo che il mio sangue sia allo stato semisolido ora.
Quindi bere circa due litri potrebbe essere farmi bene. Potrei addirittura scoprire dov’è il bagno dell’ufficio.

Circolazione? Cos’è la circolazione?
Fare tra i cinquemila e gli ottomila passi al giorno.
Sì, non guardatemi così, lo so che dovrebbero essere diecimila ma ehi al momento ne faccio duemila nei giorni attivi e trecento in quelli sedentari quindi partiamo da 5-8000 passi e nessuno si farà male. Credo. 
Ieri sera ho controllato di avere ancora le gambe. Ci sono. Sono come i tentacoli di una medusa. 
Credo mi serva tornare ad avere una circolazione sanguigna.

Tornare dalla psicologa. O è lei a tornare da me?
Lei ogni tanto mi scrive “come va?” sapendo che va male.
Voglio che la sedia davanti al suo studio torni ad avere la forma delle mie chiappe. Voglio finirle i fazzoletti e pagarle le vacanze.

Ginnastica posturale, questa sconosciuta. 
Ho già appuntamento. 
Al momento ho la forma di un punto interrogativo.
Vorrei diventare almeno una virgola.
I miei medici dopo l’intervento mi avevano detto di iniziare un percorso con un trainer. Io avevo iniziato a ignorarli.
Ora sono il figlio illegittimo di Gollum e Quasimodo.

Workout 1-2 volte a settimana. Come le persone normali.
Non me ne frega niente di diventare atletica, vorrei uscire dallo stato di “medusa in decomposizione sulla spiaggia” in cui riverso.
Vorrei avere almeno un muscolo.
Uno.
Non di più.

Skincare. No, non è una parolaccia.
Sulle ciglia ho un grumo di mascara del 1996.
Una chiazza arancione di fondotinta di quando andavo alle medie.
Penso sia giunto il momento di sfrattarli, o quantomeno di cominciare a usare una crema idratante.
Voglio brillare come una lumaca bagnata al chiaro di luna.

E basta. Insomma, non sono cose sconvolgenti, però sicuramente non riuscirò a fare tutto. Cominciamo con le cose più facili, poi vedremo.

Questo perché al momento sono piena di dolori e situazioni mediche complesse, per alcuni non posso farci niente ma vorrei provare ad agire per aiutare il mio corpo a stare meglio. Un pochino.

Insomma, voglio diventare una persona distrutta ma con la pelle pulita, la schiena dritta e il corpo idratato. Se volete il prossimo post sarà un po’ più serio, su questo ultimo periodo.

E voi spelacchiati, come state? Avete liste di obiettivi da (non)raggiungere? Che ne pensate di questi? 

Tifate per me o contro di me?

Hasta la pastaaaa!

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Storia della mia emorragia: quando ho capito di essere uno gnu.

Quella mattina era iniziata come tutte le altre, l’unica differenza è che a un certo punto la gatta, che notoriamente mi detesta come io detesto i carciofi, mi è saltata in braccio. 
Così, dal nulla, mi si è appollaiata in grembo e non voleva più muoversi. Mai successo in cinque anni.

Col senno del poi posso dire… ‘Sta infame, poteva darmi qualche segnale d’allarme un po’ più comprensibile. 

D’ora in poi se un gatto mi chiede coccole farò il segno della croce.

Sono giunta in università dove lavoravo all’epoca, ero un po’ un’addetta alla sicurezza e un po’ una tuttofare: informazioni, aiutare i professori nelle cose tecnologiche complesse tipo accendere i pc, controllare che gli studenti non si sfracellassero la capoccia correndo qua e là, controllavo i green pass perché c’erano molti allievi e insegnanti malati di Covid.

Quel giorno era una giornata di lauree, quindi io e le mie colleghe eravamo in prima linea a difenderci da genitori armati fino ai denti di coriandoli e fumogeni (sì, fumogeni, la gente è sciroccata).
Sembrava una giornata normalissima.
Poi a un certo punto qualcosa è cambiato.
Ho cominciato ad avere caldo, poi freddo, poi sudare. Avevo la nausea, mi sentivo debole.

Sono andata in bagno pensando di dover vomitare, ho dato la colpa al caffè preso poche ore prima; “chissà che miscela hanno usato, sarà stato concime?”.
E poi mi sono accasciata per terra. Mi tenevo alla tazza del water ma non riuscivo a fare niente.
Non vomitavo, non svenivo, non mi muovevo.
Non so dopo quanto tempo siano venuti a cercarmi, ma a un certo punto una collega bussa e mi urla “Sara? Stai bene?!”
“No.”

Mi fanno sedere su una sedia con le rotelle, quelle da ufficio, e mi spingono in corridoio. Sembravo normale. Rispondevo, ero piuttosto lucida, ridevo e sdrammatizzavo pure, ma non stavo bene. Stavo incomprensibilmente male.
“Vuoi andare a casa?”
“Non c’è nessuno a casa, ma non ho la forza di prendere il bus. Posso restare qui? Se mi riprendo ricomincio a lavorare. Magari passa in fretta.”

Che stakanovista, eh? Quanto ottimismo. 
Ma qualcosa non li convinceva.
“Dammi il cellulare. Chi posso chiamare?”

Ci penso. Chi disturbare per una cosa così stupida? Ero solo debole. Ero solo stanca. Forse avevo dormito peggio del solito, una cosa da niente.
“Il Batterino… Non so se è libero, potete provare a chiamarlo?”
Non so cosa gli abbiano detto, ma poco dopo era lì.
Mi ha guardata in faccia per un lunghissimo istante.
“Ha la faccia storta, cazzo! Avete chiamato l’ambulanza? Chiamate subito l’ambulanza!”

E così sono arrivata in pronto soccorso.

Si dice “se senti rumore di zoccoli pensa ai cavalli, non alle zebre”.

Io ero giovane, 27 anni, con insonnia cronica, episodi di attacchi di panico, in cura psicologica; sì, insomma, ero un cavallo.
Mi hanno messa su una barella con una bacinella “stia tranquilla signorina”. Codice verde.
Di recente ho parlato con una persona che era lì quella sera, si ricorda di me perché ci conoscevamo di vista; “Sara, tu ti alzavi, andavi in bagno a vomitare, tornavi sulla barella e svenivi. In continuazione.”
Non vi dico per quante ore ho continuato così perché se ci penso la fiducia immensa che ho negli ospedali vacilla un pochino; ma ero solo un cavallo, dopotutto, o forse addirittura un mulo. Non ero prioritaria.
Diciamo che ho passato lì così tanto tempo che avrei fatto in tempo a laurearmi in medicina e autodiagnosticarmi qualcosa.

Alla fine, dopo ore, vengo visitata.
Non mi ricordo molto della visita, diciamo che non mi ricordo quasi niente; ma mi ricordo che a un certo punto qualcosa è cambiato. L’atmosfera è cambiata.
Erano arrivati i risultati della mia tac.
In men che non si dica sfrecciavo sulla barella verso una stanza, la stanza libera più vicina, e mi attaccavano un enorme flacone di mannitolo alla flebo.

Il mannitolo serve per ridurre il gonfiore intracranico. Serve per non far gonfiare il cervello quando c’è troppa pressione. Insomma, serve a non farti fare la fine degli alieni di Mars Attacks.

Ancora mi chiedo come l’abbiano detto ai miei familiari.

Come abbiano reagito loro. 
“Vostra figlia sta avendo un’emorragia cerebrale, se peggiora dovremo portarla in sala operatoria. Dovete cercare di stare calmi, vi daremo notizie appena avremo aggiornamenti.”

Così ho capito di non essere un cavallo.

Ero uno gnu.

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E questa, miei cari Spelacchiati, è la storia di come questo gnu ha iniziato la sua epopea; se vi interessa posso fare anche le parti successive, e pure i prequel, visto che è una storia contorta quanto un film di Nolan.

Ma vorrei chiudere il post con qualche consiglio serio: non abbiate paura di andare in pronto soccorso. Io ora mi sento al sicuro solo quando sono lì o in ospedale, praticamente!

E non sottovalutate i vostri sintomi.

Se all’improvviso avete problemi a formulare parole, sorridere, alzare le braccia o la vostra faccia diventa “storta”… Chiamate l’ambulanza. Non fate come questo gnu, che sarebbe rimasto a lavoro tutto il giorno. 

Imparate dai miei errori. 

E voi, che animali siete? I vostri animali vi hanno mai avvisati di qualcosa?

E se vi va di raccontare qualcosa di più personale qui nei commenti… vi chiedo di raccontare aneddoti positivi, spelacchiati! Non voglio che questo post diventi un luogo in cui farsi venire l’ansia leggendo bollettini di guerra, ma in cui ci raccontiamo e supportiamo a vicenda… Magari anche sorridendo nel raccontare qualcosa di orrendo. Insomma, siate più spelacchiati che potete!

Hasta la pasta, miei cari!

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La gente al bar: tutte le cose più fastidiose (e spelacchiate) del mattino

La gente al bar

Ora che la mia vita sta lentamente tornando simile a quella di un essere umano dopo la malattia e l’intervento al cervello mi sto rendendo conto di quante cose incredibilmente fastidiose ci siano nel mondo.

La gente al bar, per esempio.

Io arrivo lì, già irritata di per sé prima di tutto perché è mattina, in secondo luogo perché reduce dai viaggi in bus, e infine perché le persone sono insopportabili in ogni contesto.

Io mi siedo tranquilla al mio tavolino, col mio libro, mi sgranocchio la brioche e intorno a me… il caos. 

Giovani che piazzate il cellulare al centro del tavolo e mettono la musica a palla, mi rivolgo a voi: VE LO INZUPPO NEL CAPPUCCINO, OKAY? E’ CHIARO IL CONCETTO? ABBASSA QUEL VOLUME O TI ABBASSO LA STATURA A PUGNI, OKAY? 
Ma poi ascoltassero cose carine uno chiuderebbe pure un occhio, ma ascoltano queste cose strane che ascoltano i giovani, questa musica trap che a questo punto “trap” penso stia per “trappola”: se lo ascolti muori.

E io muoio un po’ ogni volta, infatti.

Un’altra cosa che non sopporto, ma forse è un problema mio, è lo sbatacchiare dei cucchiaini nelle tazzine. Metallo contro i bordi. In continuazione.
HO CAPITO CHE STAI MESCOLANDO MA COSA CAZZO SEI, UNA STREGA COL CALDERONE? VA CHE DOPO DUE GIRETTI LO ZUCCHERO SI E’ SCIOLTO, EH! MA POI COSA CAZZO DEVI MESCOLARE CON QUELLA FOGAAAAA MA RILASSATIIIIIIII NON PUOI SFOGARE TUTTA LA TUA RABBIA IN QUEL MODO PERCHE’ POI IO VORRO’ SFOGARE LA MIA SU DI TE E QUEL CUCCHIAINO TE LO FICCO IN UN AVAMBRACCIO!
Ma no, è tutto un cling cling cling cling.
Incessante.

E quando finalmente l’anziano accanto la smette col cling cling è il turno del tipo che legge il giornale leccandosi il dito ogni volta che deve girare pagina, con quel suono a metà tra un risucchio, un rantolo e uno sputacchio.
Ma posso dire “che schifo”?
Signore, si rende conto di quanti germi sta letteralmente leccando? Secondo me il prossimo passo è leccare i pali delle metro o direttamente i marciapiedi, veda lei.

Poi qualcuno mi deve spiegare com’è possibile che a ogni ora del giorno e della notte, in qualunque bar del mondo, ci sia un gruppo di uomini che parlano di calcio e donne. E basta. Non conoscono altri argomenti, non hanno mai parlato d’altro, non credo nemmeno sappiano i nomi l’uno dell’altro.

Si incontrano, parlano della formazione scadente della squadra all’ultima partitta e di come “hanno giocato da soli” “non c’era partita” “a un certo punto ho spento” alternando con commenti sulle gnocche, che no, non sono le mogli degli gnocchi.
Ma se siete così bravi com’è che siete qua a bere un bianchino ogni giorno prima del lavoro e non a bordo campo con Buffon? (Scusate, la mia conoscenza calcistica si ferma a quegli anni lì) o a fare spot pubblicitari di infimo gusto sulle patatine in accappatoio?
No così, io chiedo.

E in tutto ciò la mia colazione si rovina, perché mentre vorrei solo stare tranquilla e leggere prima di andare a lavoro mi ritrovo infastidita da tutto e mentre fisso con astio i ragazzini con la trap a palla la mia brioche mi sbrodola tutta la marmellata sui pantaloni. Allora corro in bagno per salvare il salvabile ma il lavandino appena lo apri spruzza come un gyser e mi ritrovo sempre con la camicia a macchie e quando vado a pagare sono così nervosa che prima o poi ruberò il barattolo delle mance perché sento di meritarmi una mancia per non aver elargito neanche uno schiaffo.

Domattina porterò i tappi e una pistola, sono aperte le scommesse su cosa userò per primo. 

Spoiler, userò i tappi perché conoscendimi sparerei alla mia tazzina di decaffeinato per errore, e questo mi innervosirebbe ancora di più.

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E voi, miei cari spelacchiati, narratemi: cosa vi da fastidio al bar?
Cosa ne pensate di questa rubrichina di situazioni banali che mi fanno saltare i nervi? Sembro solo una pazza squinternata o potete capire la mia frustrazione?